Lattina, 200 anni in gloria

Un oggetto d’uso comune, tanto da non esser più notato o considerato, inizia in questi giorni il terzo secolo di vita. Ad aver compiuto 200 [...]

Un oggetto d’uso comune, tanto da non esser più notato o considerato, inizia in questi giorni il terzo secolo di vita. Ad aver compiuto 200 anni è stata la latta, anche detta tolla, lattina o scatoletta. Quella che i giovani degli anni settanta aprivano per guastare la mitica “Thinsemal”, che serve a tenere comodamente un bicchiere di Coca Cola, di Fanta o anche di birra (33 centilitri fissi da anni, anche se la forma da qualche tempo si è allungata ed è nata anche la versione da distributore a 25 centilitri) e poi sughi, passate di pomodoro, olio d’oliva e decine di altri prodotti.

Versatile, semplice da lavorare, utile spesso anche dopo essere stata svuotata del contenuto ed anche bersaglio di decine di collezioni diverse, la lattina o latta, fu inventata in tempi non sospetti, facendo la felicità addirittura di Napoleone Bonaparte, da anni convinto che ci potesse essere un modo utile e poco costoso per foraggiare il suo sconfinato esercito sempre impegnato in qualche campagna militare.  Nicolas Appert, cuoco inventore francese, dopo molti tentativi passati anche attraverso bottiglie chiuse con un tappo, riuscì a dare una prima forma al contenitore. Il resto, diventa rapidamente storia. Poco tempo dopo,

Le Campbell's riprese da Warhol

l’inglese Peter Durand riuscì a depositare il brevetto e poi venne raccolto anche da alcuni produttori americani, che vedevano di buon occhio la possibilità di dar fondo ala produzione di contenitori di cibo che potessero essere utilizzati da un altro esercito, più o meno pacifico, che si muoveva da New York verso la California: erano i pionieri del west, che su carri arraffazzonati, partivano per viaggi epici e lunghissima con l’intera famiglia, in cerca di una terra promessa da colonizzare, rubandola agli indiani.

Va detto che la lattina ne ha fatta molta di strada, non solo in chilometri. Dalla sua prima creazione, c’era da risolvere, con cere e saldature sommarie, il modo di chiuderla una volta riempita. Poi, dal “flat – top”, copertura piatta, si giunse grazie alla Continental Can Company, americana, al “cone – top”, che rispondeva alla richiesta delle decine di fabbriche di birra che volevano poter versare il loro nettare in lattine. Questa curiosa versione di tolla da stappare, era una via di mezzo tra l’odierna lattina ed una bottiglia: la testa, si allungava a cono ed in cima, era chiusa da un tappo a vite. Purtroppo anche io questo caso, c’e

Piero Manzoni, Merda d'artista

ra da migliorare.

Qui eravamo negli anni 30, ma si dovette arrivare ai ’60 per dire addio al cono ed al tappo e sfruttare la lattina flat, quasi comequella di oggi. Solo che necessitava di un nuovo oggetto: l’apriscatole. La fortuna anche per i consumatori, venne negli anni settanta, quando di riusci ad inventate il tappo ad anello, allora ancora a strappo,oggi diventato a pressione (che evita che il contenuto schizzi fuori impazzito se la lattina era stata sbattuta pochi minuti prima di aprirla). La lunga storia della lattina continua, come una delle principali fonti di recupero dell’alluminio. La lattina fu protagonista addirittura delle opere di Andy Wharol, che rese immortale la “Campbell’s Soup Can” in una delle sue opere più famose. E cosa dire di Piero Manzoni che in lattina mise addirittura la provocatoria “Merda d’artista” (Davide Rabaioli)

Riutilizzo di una lattina

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