Parigi, due artisti, due destini collocati agli opposti: ad uno la fama assoluta, all’altro l’oblio del tempo. E due mostre che li celebrano, allestite a pochi metri l’una dall’altra. Al Grand Palais dal 22 settembre al 24 gennaio, di scena la più grande retrospettiva degli ultimi 30 anni dedicata a Claude Monet, il maggiore interprete dell’Impressionismo e il più celebrato per la mostra più importante dell’autunno francese. Occorrerà mettersi in fila, ma tanto per rendere l’attesa meno lunga, il museo per la prima volta nella sua storia resterà aperto tutti i giorni, martedì compreso.
Dall’altra parte del viale Winston Churchill, al Petit Palais dal 21 ottobre al 16 gennaio 2011, un altro impressionista, quello meno illustre e quasi dimenticato dai posteri: l’italiano Giuseppe De Nittis . Un pittore della vita moderna che morì giovane ma che a Parigi visse la sua stagione più bella. Nel 1886, nella Ville Lumiere gli fu anche dedicata una mostra, l’ultima prima di quella chepermetterà al pubblico del Terzo millennio di riscoprirlo come uno dei pochi autori italiani entrati a far parte del novero degli impressionisti internazionali . Nato a Barletta in provincia di Bari nel 1846 – morto nel 1884 a Saint-Germain-en-Laye, Giuseppe De Nittis ha trascorso la sua vita tra Parigi, Napoli e Londra riuscendo sempre a innamorarsi dei luoghi. Era “meridionale al sud, francese a Parigi, londinese a Londra”, scrisse nel 1914 il critico d’arte Vittorio Pica e di Parigi, De Nittis imprigiona sulla tela l’atmosfera. E’ il mondo contemporaneo che impressiona, la vita colta lungo i viali, nelle passeggiate alle Tuileries, nelle corse di cavalli a Longchamp e ad Auteuil, attento a notare anche le piccole sfumature dell’eleganza francese. Il suo è un paesaggio sensibile che con la stessa efficacia abbaglia coi contrasti di luce dei suoi cieli natali o avviluppa lo sguardo nella nebbia di Londra. Il Giappone, invece, quello De Nittis non lo conobbe, ma risonanza con la dilagante “mania” dell’oriente arrivò lungo il cammino a sciogliere atmosfere e oggetti giapponesi nei suoi quadri, aumentando al contempo l’audacia della composizione. Nella sua vena di sperimentatore, infine, fu con gli amici Manet e Degas uno dei primi artisti ad adoperare i pastelli in opere di grandi dimensioni. De Nittis muore a 38 anni “in gioventù e nella piena gloria“, come Alexander Dumas scrisse nell’epitaffio.
CLAUDE MONET 1860 – 1926
La mostra del Grand Palais, è l’evento di questo scorcio d’anno. In un percorso lungo 175 opere, la promessa di portare nuove idee e spunti di riflessione originali alla conoscenza del più universalmente famoso degli impressionisti, ed anche il più studiato.
Per oltre sessant’anni, Claude Monet dipinse instancabilmente, sviluppando un lavoro che incarna la forma più pura di
impressionismo, lavoro che formerà nei primi anni del Novecento la pietra miliare dell’arte moderna. L’esposizone monografica del Grand Palais è il più grande evento dedicato all’artista da quasi trent’anni, da quando cioè la National Gallery, nel 1980, gli dedicò un omaggio. Da allora però, le ricerche sull’artista si sono moltiplicate e hanno messo in luce gli aspetti meno conosciuti del suo lavoro.
Ordinata per un percorso tematico e cronologico, la mostra analizza la carriera di Monet dagli esordi sino a quelle ninfee (ricordiamo la mostra del 2009 a Milano, Monet e il tempo delle ninfee) che apriranno strade del tutto nuove alla pittura del tempo. (leggi articolo)
La foresta di Fontainebleau, le marine della Normandia, gli effetti della neve, i paesaggi luminosi e colorati, Parigi e la sua periferia; fino al 1870 Monet sembra riflettere su quell’idea d’impressionismo che lungo la Senna vivrà poi il pieno sviluppo. Nel decennio successivo il pittore sembra essere alla costante ricerca di ispirazione e viaggia, si muove, dall’Atlantico al Mediterraneo cercando nuovi motivi, i suoi studi sulla luce e sull’atmosfera vanno sempre più affermando una personalità artistica composita: certo, Monet è un pittore di paesaggio, ma pure usa ripetutamente figure umane e nature morte. Con il “Dejuneur sur l’erbe” o la “Donna nel giardino” (quadri che non hanno quasi mai lasciato il museo d’Orsay) la sfida è aperta e per la prima volta saranno riunite le scene di interni e quadri all’aria aperta dello stesso periodo in prestito da collezioni straniere.
Successivamente, figure e ritratti sono trattati in modo più suggestivo e decorativo. l personaggi sono come incastonati in un mondo colorato da fioriture e vibrazioni, sembrano personaggi irreali. E se Monet celebra fino ad allora un mondo pieno di vitalità, dal 1890 in poi le sue nature diventano più meditative e gli oggetti perdono man mano la lo
ro materialità a beneficio degli schemi di colore e di luce.
Nel 1890, Monet ha 50 anni, le sue opere sono apprezzzate a livello internazionale valutate mediamente sui 2500 franchi. In quegli anni crea il suo giardino nella proprietà di Giverny, dove vive dal 1883, un luogo diventato mitico che abiterà fino alla morte, nel 1926 (oggi meta di ogni sorta di pellegrinaggi). Il Monet (semi) sedentario si ispira al paesaggio circostante, lavora sistematicamente alle matrici di un motivo unico, concepito come una serie d’insiemi che mostrano l’evoluzione del modello in base ai cambiamenti di illuminazione nelle diverse ore del giorno e delle stagioni. Se i concetti di coerenza e di ripetizione accompagnano questo periodo, pur arrivando, come pratica, dai suoi primi anni (eclatante la sua ossessione per il laghetto delle ninfee di Giverny) la mostra proprio prendendo in analisi questo periodo, evidenzia come il pittore – ormai sedentario – abbia utilizzato la memoria, i sogni, la nostalgia, in una sorta di processo a ritroso. E in quest’ottica il grande ciclo delle ninfee segna solo il culmine di una ricerca iniziata molto prima. E dal 1890, in un’epoca in cui la qualità decorativa del dipinto appare come una promessa di rinnovo, Monet inventa un modo personale che combina un profondo attaccamento alla natura al suggerimento di un sé poetico. Così, con Monet, “Il sogno diventa realtà“, secondo l’espressione dello scrittore e amico, Octave Mirbeau.
Attraverso circa duecento opere, la mostra promette di sorprendere fondendo le opere più famose a dipinti inediti, ma anche attraverso riconciliazioni e abbinamenti insoliti di opere non conosciute tentando un nuovo approccio all’artista con il quale si
compie il passaggio dal diciannovesimo al ventesimo secolo.
Scrive Richard Thomson, uno dei curatori, nell’introduzione al catalogo:
“Claude Monet è stato un grande artista, la cui lunga carriera come pittore – sviluppata su sessanta anni del 1860 fino alla sua morte nel 1926 – ha trasformato fondamentalmente la pratica e la comprensione della pittura di paesaggio. […]. Questa retrospettiva comprende una sala supplementare dedicata alle variazioni di Roy Lichtenstein sulla cattedrale Rouen di Monet. Queste opere del 1965 hanno introdotto un’altra linea di pensiero: la capacità delle grandi opere di stimolare la discussione da parte degli artisti e del pubblico. Questa retrospettiva del 2010, ovviamente, vuole rinnovare e stimolare i nostri occhi su uno dei pittori più famosi del mondo”.
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