Siamo un Paese di campanili, di rioni e di dialetti, di un milione di ricette per un solo pranzo domenicale, di mal digerite differenze che pure ci fanno più ricchi degli altri. Chi ha unificato l’Italia? Garibaldi ci ha provato – a modo suo - e la tv – a modo suo c’è riuscita -. Il cinema ci ha messo lo zampino, forse unendo – forse separando col portare all’estremo i “tipi” regionali: la cameriera è veneta; la procace divoratrice d’uomini è bolognese; l’ostinazione è sarda, la gelosia siciliana, l’industriale arriva sempre da Milano ed il simpatico cialtrone che vuole raggirarlo nel 99 per cento dei casi parla romanesco.
Poi c’è Totò, e i luoghi comuni crollano come un castello di carte, non che su di lui frasi fatte e leggende vangano meno, tutt’altro. Ciò che viene a mancare è la definizione. La frase sentenziosa che costringe l’attore geniale e il miglior autore di se stesso nei ranghi delle categorie, nell’afflato di una sola lingua (o di un solo dialetto). “Un meraviglioso clown” disse di lui John Belushi, che era quanto di più lontano per cultura e ambiente dal “Principe della risata”, ma che pure ne aveva colto l’aspetto universale.
Allora una delle cose più intelligenti che si potesse immaginare nell’ambito delle manifestazioni per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia è quella didedicare al napoletano Antonio De Curtis una mostra che tra Napoli e Milano parli la linguia sempre verde della sua irresistibile comicità. Se è vero com’è vero che nel mondo, e dunque anche in Italia, si ride tutti allo stesso modo.
«Totò l’italiano» l’illuminato titolo della rassegna che ricostruirà la vita del Principe Antonio De Curtis attraverso fotografie, oggetti, costumi di scena, spartiti, e diversi inediti. “La decisione di tenere la mostra a Milano e Napoli vuole lanciare un messaggio politico di unità perché il Paese nelle differenze linguistiche e culturali si arricchisce”, ha commentato l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nicola Oddati. “«Totò – ha replicato il collega della giunta milanese, Massimiliano Finazzer Flory – è in ambito artistico sicuramente, insieme ad Eduardo, uno dei padri dell’Italia e, dunque, quale migliore momento per realizzare la mostra se non durante i festeggiamenti per ricordare i padri dell’Italia”.
La mostra partirà da Milano – dove a Totò sarà intestata anche una strada – con una parte fotografica a Palazzo Reale e l’esposizione dei costumi a Palazzo Morando. Successivamente raggiungerà Napoli e forse Torino. Nel capoluogo campano la mostra si svolgerà tra Palazzo dello Spagnuolo (dove entro il 2010 dovrebbe sorgere, dopo 40 anni di attesa, il museo dedicato a Totò) e il museo Pan dove si tratterà l’aspetto linguistico e gestuale.
Intanto all’Expò di Olbia, fino a lunedì è possibile ammirare la mostra monografica “Un Principe chiamato Totò“, curata dalla nipote Diana De Curtis. La vita artistica dell’attore e la sua storia personale mescolate a curiosità letterarie, musicali, araldiche, fotografiche, della vita privata e di palcoscenico di Totò.
A Roma, città che Totò adottò e che ne fu adottato, a Palazzo Valentini, sede della Provincia, fino al 13 agosto è posteggiata nel cortile una macchina decisamente fuori dall’ordinario: una Cadillac gialla e verde, l’automobile di Totò. Si tratta di una Sedan del ’54 ed è esposta in occasione della manifestazione “Le storie del cinema”. L’auto era stata usata anche nel film ‘Uccellacci e uccellini‘, diretto nel ’66 da Pier Paolo Pasolini.
Anche i tedeschi vogliono ridere, e infatti un omaggio a Totò arriva dal Valentin-Karlstadt-Musäum di Monaco di Baviera, dove fino al 17 ottobre si può visitare la mostra multimediale “Totò, il principe italiano della risata” con filmati e cimeli. www.valentin-musaeum.de
Le definizioni, dicevamo prima, a Totò non possono che stare strette (o corte, come quei pantaloni della sua prima “divisa” cinematografica). Molti libri hanno tentato mescolando critica cinematografica, biografia, testimonianze. Ma chi era – in realtà – il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Di Bisanzio Gagliardi?
Antonio Ghirelli nel libro «Una certa idea di Napoli», uscito lo scorso aprile per Mondadori, riserva una parte a Totò. Per lui questo padre del giornalismo italiano tira fuori la sua scrittura più appassionata.
“L’arte di Totò è l’universalità del vicolo, la violenza buona e incontentabile del lazzaro, l’eternità di Pulcinella principe in sogno. È il golfo senza colera, la collina senza cemento, un pomodoro fresco schiacciato in mezzo alla palata di pane, uno sberleffo più libero e solenne della Marsigliese. È la ricchezza del morto di fame, una risata senza perfidia, una sensualità senza peccato. Ci deve essere una ragione del resto, perché perfino gli intellettuali del «Manifesto», perfino i rivoluzionari di «Lotta Continua» abbiano dedicato ai suoi film un elogio incondizionato, quando la critica colta – lui vivente – aveva stroncato senza pietà le porcheriole che gli facevano girare i produttori per sfruttare fino all’osso quella inesauribile macchina per far soldi. Totò non si è sporcato neppure girando le idiozie e le assurdità. Totò non era avido: era, al contrario, generosissimo di sé e del suo denaro. La forza umana che si nascondeva in quel piccolo uomo senza cultura e senza repertorio, era tale che una donna giovane, intelligente, preparata e bella come Franca Faldini gli rimase fedele fino e oltre la morte. Di solito gli attori sono legati, reciprocamente, da un sentimento incoercibile di gelosia e di odio – un collante infame – che tiene insieme perfino i fratelli: ma Totò non fu mai odiato, Totò non fu mai oggetto di gelosia o di invidia. Il s’imposait comme un prince, s’imponeva come se fosse davvero un principe di stirpe reale (e forse lo era, che importa chiederselo?). La sua grandezza era semplice com’è appunto semplice un burattino, una marionetta, un impasto di fili, di legno e di misero percalle. Viviani fu più sociale, Eduardo più drammatico, Peppino più esilarante: ma Totò, come Charlot, non può essere circoscritto da alcuna definizione: Totò è la natura che si disarticola, è un punto esclamativo che apre e chiude il discorso come nella grafia spagnola, è un fuoco d’artificio, una fanfara, un «movimento» che solca lo spazio come una lingua di fuoco”.
Totò e il principe de Curtis, la marionetta, il tipo, l’uomo qualunque, l’uomo che soffre, la maschera surreale, il clown, sono invece solo alcuni degli aspetti di “Totò attore”, affrontati a Ennio Bispuri nell’omonimo libro recentemente uscito per Gremese editore. Se si vuole conoscere tutto sul teatro di Totò, sul suo metodo, sulla sua fenomenologia e sui 97 film – analizzati uno ad uno – da lui interpretati dal 1937 al 1967. Se si vuole imparare a conoscere meglio l’artista, è il libro giusto.
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