Da 25 anni Roy e Sofia sono inseparabili, e sicuramente lui non saprebbe vivere senza di lei e lei non lo ha tradito nemmeno un giorno. Roy Paci è trombettista, compositore, arrangiatore, un musicista a tutto tondo e Sofia è la tromba che lo accompagna da un quarto di secolo. E’ un passionale Roy da Augusta, e ama follemente la musica e la “sua Sofia”, probabilmente passione e talento musicali gli vengono, come riconosce lui stesso, dalla sua terra, la Sicilia, che ha una forte tradizione centenaria jazzistica (Tony Scott e Frank Rosolino solo per citare due nomi).
E.B. Quando e come nasce il tuo amore per la tromba (sappiamo che nei primi anni della tua infanzia suonavi il pianoforte, ndr)?
RP. E’ iniziato tutto quando, all’età di dieci anni, mio padre mi portò nella banda del paese e iniziai a curiosare tra gli strumenti: quando presi tra le mani la tromba sentii, una sorta di – non esagero – ricongiungimento. La sensazione fu fortissima: quasi come il ritrovamento di un arto perduto, come la luce blu elettrica per John Belushi nei Blues Brothers”.
Lo sento sorridere emozionato dall’altra parte del telefono.
E.B. Hai trovato il tuo talento? Insomma è un po’ come se in un’ipotetica vita precedente tu avessi sempre suonato quella tromba?
RP. Esattamente, anche senza scomodare la reincarnazione, è una sorta di riconoscimento che il musicista ha nei confronti di quello che è il proprio strumento. Per me è stato da subito così, e capita nella musica, è il fenomeno degli enfants prodiges. A dodici anni già suonavo con Band di adulti, studiavo tanto, ma al tempo stesso non c’era fatica perché era ed è la cosa che mi fa stare meglio.
E.B. Tu suoni tutti i giorni?
RP. Certo, quando non ho concerti (il che capita davvero poco, ha un’agenda di tappe fittissima, ndr) studio 4 ore al giorno: lo studio include sempre la tecnica del riscaldamento, lo studio specifico di improvvisazione, mi piace studiare e sperimentare. E’ anche fondamentale per il mio Mestiere. Il mio maestro mi diceva “Se abbandoni lo strumento per un giorno, lui poi ti abbandona per una settimana. Ed è vero.
E.B. Dai 12 ai 20 anni hai suonato in giro per tutta l’Italia con varie formazioni jazz facendo dell’improvvisazione un tuo cavallo di battaglia?
R.P. Sì, adoro l’improvvisazione: per me rappresenta un momento di libertà assoluta, dove, sulla base degli studi e delle conoscenze, si cercano dei percorsi propri, si crea, si inventa. In quegli anni ho fatto percorsi di improvvisazione jazz di ricerca, di avanguardia, di free jazz.
E.B. Poco dopo però hai lasciato l’Italia: destinazione Sud America. Perché? Cosa cercavi lì e cosa hai trovato?
R.P. Il Sud America l’ho scoperto durante il servizio militare: ero musicista sulla nave da crociera San Giorgio, ero vice direttore degli arrangiamenti, abbiamo suonato in Africa, nel Nord Europa e in Sud America appunto: sono rimasto affascinato dalle sonorità latine, così una volta concluso il servizio militare ho vissuto in Uruguay, suonando in Brasile e in Argentina. Un’esperienza che mi ha fatto crescere e ampliare enormemente il mio bagaglio musicale.
(Roy ha suonato con la Big Band di Stato argentina, con gruppi di cumbia e con i Musica Popolar Do Brasil, esibendosi insieme a Selma Reis. A Montevideo ha formato un trio dal nome T-Rio Blanco con Jorge Accares e Angel Vare, ndr)
E.B. Il tuo rapporto con la Banda non si è mai interrotto? Cosa rappresenta per te?
R.P. Non si è mai interrotto, anzi si è consolidato: un progetto di qualche anno fa a cui sono molto legato è quello de La Banda Ionica, una banda che in un disco ha riproposto le marce funebri, nel Sud Italia importantissime. Una cosa decisamente atipica, ma densa di forte drammaturgia e legame alle tradizioni. Spesso mi chiamano – e per me è un piacere – ad arrangiare le Bande: la banda per me – e non se ne abbiamo a male i direttori d’orchestra e gli accademici – ha una marcia in più, perché ha più propulsione, ha un suono più potente, è più “cazzuta”.
E.B. Hai composto e componi per il cinema (ha anche vinto il Nastro d’Argento per le musiche del film di Alessandro D’Alatri La Febbre, ndr), lavori per il teatro, ma hai fatto anche la televisione, sei stato ospite fisso da Chiambretti e soprattutto per tre anni con i tuoi Aretuska sei stato il Direttore Musicale di Zelig: perché dopo tre anni hai lasciato Zelig? Sembra tu abbia un rapporto un po’ particolare con la tv?
R.P. Forse sono un po’ atipico per la tv: io non vado per farmi vedere, ma per far ascoltare ciò che so fare. E’ stato così con Piero Chiambretti ed è stato così per tre anni a Zelig con Gino&Michele: sono stati tre anni bellissimi, dove nessuno della produzione, degli autori ha mai censurato le mie composizioni. Cercavo un sincretismo tra Claudio Bisio e la musica: e mi è sempre stata data la libertà di farlo, anche quando i passaggi non erano dei più facili. Quando ho capito che la volontà era di suonare i classici in maniera edulcorata, o di virare più verso il piano bar, ho capito che era di tempo di cambiare.
E.B. Come ti sembra trattata la musica in tv?
R.P. La musica in tv non viente trattata, al contrario maltrattata, usata come uno zerbino: mi piace la tv, ma sono ancora dell’idea che la tv debba essere al servizio dello show, e non il contrario. Ho nostalgia di programmi in bianco e nero della Rai in cui Alberto Lupo dava il la’ ad Astor Piazzola in pezzi sconosciuti. Pura fantascienza oggi. La musica è cultura e vorrei tanto fosse trattata come tale
E.B. E cosa pensi dei talent show?
R.P. Non mi piacciono e li trovo violenti: la musica non può diventare un format. I ragazzi – che difendo perché sono ingenui – sono costretti ad un tipo di stress che non ha nulla a che vedere con la musica. Vorrei ascoltarli cantare o suonare brani scritti e musicati da loro, invece il panorama, non solo dei talent show, ma anche musicale in generale è popolato da infinite cover band. Non se ne può più. Io ascolto musica che i giovani gruppi underground italiani mi mandano e devo dire che ancora riesco a stupirmi: sono bravi, hanno talento, sanno scrivere cose originali. Tutto questo dovrebbe essere privilegiato
E.B. Qualche anno fa la tua popolarità è andata alle stelle con il singolo a cui ha partecipato anche Manu Chao Toda Joia Toda beleza: che rapporto hai con questa canzone? Qualcosa mi dice non sia la tua preferita…
R.P – No, non è la mia preferita. – Sorriso – Sono stati i miei collaboratori a capirne il potenziale: sono felicissimo che abbia fatto il giro del mondo e che abbia fatto divertire tante migliaia, milioni di persone, mi resta un po’ di amaro in bocca quando penso che pochi abbiamo davvero ascoltato il testo che contiene anche versi piuttosto critici rispetto alla società: la strofa di Manu Chao recita “Io lavoro perché tu sia felice”. Non credo che molti se ne siano accorti. Ho provato a non suonarla in qualche concerto ma mi è stato impossibile: mi viene sempre chiesta. Quindi la suono e lo faccio anche volentieri: sia chiaro io sono fortunatissimo ad avere un lavoro che è la mia passione e posso solo essere devoto – e non a caso uso questo aggettivo – devoto al mio pubblico che rende possibile tutto ciò che ho. La mia felicità è vederli sul palco divertirsi, saltare, emozionarsi per la mia musica
E.B. – Il tuo ultimo lavoro con cui sei in tournée tutte le sere si intitola Latinista. Cosa significa e cosa rappresenta questo album?
R.P- Latinista vuole essere una commistione, una sorta di incrocio tra “latino” -che non conosco e forse vuole essere un monito a studiare sempre – e italiano, la mia lingua e la mia terra, con aggiunta però di suoni spagnoli e portoghesi: è un mix di linguaggi affermando le mie origini. Lo vivo come un album molto importante, maturo che si avvale della collaborazione preziosissima degli Aretuska. Ultimo ma non ultimo “Latinista” vuole essere anche un tributo ai Clash a 30 anni dall’uscita di un loro album che amo molto “Sandinista”.
E.B. - Roy Paci ha un desiderio che hai voglia di condividere con DaringToDo?
R.P. – Mi piacerebbe nel mio piccolo, con il mio modestissimo contributo, portare l’Italia, aiutare l’Italia a raggiungere uno stato culturale più alto di quello in cui vive ora: con questo intento sostengo associazioni come Emergency, Amref, l’Associazione Peppino Impastato, Don Ciotti. L’Italia ha più sete di cultura di quanto non si pensi: vederla culturalmente più evoluta sarebbe davvero un desiderio grande. Grandissimo.
(Erika Brenna)
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