Come possa una dirompente cortigiana bionda trasformarsi in una pudica ragazzina trecento anni dopo essere stata dipinta è uno dei tanti misteri dell’arte svelati nella mostra “Close Examination: Fakes, Mistakes and Discoveries” (Primo esame: falsi, errori e scoperte”, alla National Gallery fino al 12 settembre.
Un’esposizione che suona un’onesta ammissione di colpa da parte del più grande museo di Londra, come dire “c’eravamo sbagliati, se volete scusarci qui ci sono le prove”. Prove di secoli di manipolazioni, di falsi – a volte anche geniali – e di errate attribuzioni, portati alla luce in una quarantina di opere da lavori di restauro più o meno recenti.
Fu nel 1978, quando gli esperti mettendo mano alla cinquecentesca “Donna alla finestra”, dipinta forse da Palma il Vecchio o forse da Loranzo Lotto, scoprirono che velature di colore andavano a ricoprirla. Successivi lavori di pulitura svelarono qualcosa di sorprendente: la donna aveva subito un trasformazione drammatica, lungi dall’essere la brunetta modesta e un po’ dimessa che sporgeva dal balcone la sua reale essenza era invece di una bionda seducente. La sua mascella era stata ammorbidita, i seni erano stati coperti da una discreta velatura ed anche gli occhi avevano cambiato luce. Il look era stato modificato in piena epoca vittoriana (quando nel Regno Unito si coprivano anche le gambe delle sedie) per “adattarlo” alle puritane esigenze del tempo. Anche l’attribuzione a questo punto è più certa, meglio etichettarla come opera di “ingoto pittore italiano del XVI secolo”.
Di storie di questo tipo la mostra ne racconta diverse, come un dipinto di autore ignoto tedesco “Ritratto di Alessandro Mornauer” (circa 1464-1488), alterato per assomigliare ad un lavoro più famoso pittore Hans Holbein. L’esame al microscopico ha rivelato che uno strato di vernice blu era stato applicato sullo sfondo originale marrone ed anche lo stile del cappello del soggetto era stato modificato.
Insomma, il cammino della National Gallery (come quello di tanti musei del mondo) è stato disseminato da trappole più meno ben congegnate messe in pratica da talenti di genio e immoralità. Come quel falsario che ha dipinto la Madonna col Bambino e l’Angelo conservata al museo come opera di autore ignoto del ‘400. Riflettendoci su, l’angelo appare un po’ troppo sexy per essere opera di un pittore del XV secolo. E infatti, dall’esame delle vernici s’è appurato che risale alla seconda metà del XIX secolo.
Una mostra che parla anche di misteri svelati, come l’attribuzione di un’altra Madonna originariamente acquisita come opera di Domenico Ghirlandaio, poi retrocessa come opera della bottega di Andrea del Verrocchio fino al raggiungimento di una possibile verità alla luce della riflettografia infrarossa. E’ stato il Verrocchio stesso a dipingere la Vergine, mentre l’angelo sulla sinistra, il paesaggio sullo sfondo e la testa del Bambino sono opera del suo assistente, Lorenzo di Credi.
Altri enigmi però rimangono irrisolti, come il nome del pittore (italiano) che ha dipinto quel “Soldato morto” attribuito erroneamente allo spagnolo Diego Velázquez.
E non mancano quelli comunemente definiti i “pastiche”, ovvero una sorta di manipolazioni d’epoca. Nel 1874 la Galleria acquistò due Botticelli – o almeno così sembrava. Uno di questi ( Venere e Marte, circa 1485) è oggi uno dei dipinti più amati della collezione. L’altro, un’allegoria dipinta forse tra il 1490 ed il 1550 fu dipinto “In stile Botticelli” da un ignoto. I dipinti vengono mostrati fianco a fianco.
Ma tra tante mistificazioni qualche sorpresa in positivo spunta. E’ il caso de La Madonna del Garofano di Raffaello (1506-1507): un intrigante mistero della storia dell’arte, poiché fino al 1991 se ne conoscevano solo delle copie. Poi durante una visita al castello di Alnwick, nel Northumberland, il dottor Nicholas Penny notò una pittura che richiedeva a suo avviso un esame più approfondito.
Sempre agli infrarossi hanno rilevato un substrato interessante sotto la superficie con tutte le caratteristiche della mano di Raffaello. Le sottili differenze tra il substrato e il dipinto finito, soprattutto nel costume e il paesaggio di sfondo, hanno rivelato l’artista aveva cambiato idea mentre lavorava. L’analisi dei pigmenti ha poi rivelto che alcuni di essi avevano cessato di essere utilizzati dopo il 16 ° secolo. Era proprio un Raffaello.
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