“Un tesoro è rinato”, scriveva ieri Jonathan Jones su The Guardian, raccontando l’esperienza, ai limiti del trascendentale, vissuta alla National Gallery davanti alla Vergine delle Rocce fresca di restauri. Un’affermazione che contiene una certezza, che è poi quella degli stessi restauratori: il dipinto – al contrario di quanto sostenuto da molti esperti – sarebbe senza ombra di dubbio opera della mano Leonardo, che vi avrebbe lavorato personalmente, pennellata su pennellata, e senza l’ausilio dei “giovani” di bottega, così come invece molti studiosi hanno affermato nel passato. E se tutto ciò fosse vero, nel museo londinese ci sarebbe dunque un Leonardo doc, paragonabile a quello dell’Ultima Cena e della Gioconda.
Dopo 18 mesi di un accurato lavoro di restauro conservativo, da ieri pomeriggio il dipinto è tornato al piano nobile della Galleria. Coperto con uno strato di vernice nel 1948, il dipinto era ingiallito, risultava piatto e poco vivido, come “imprigionato nell’ambra”. Oggi è stato ripulito e si può apprezzare una gamma tonale molto più ampia di prima, soprattutto nelle aree più scure, i volumi sono meglio definiti, i dettagli della vegetazione eccezionalmente nitidi. Inoltre pare che i restauratori abbiano compreso alcuni segreti del lavoro di Leonardo e comunque i loro risultati completi saranno pubblicati online nella National Gallery Technical Bulletin nel
mese di settembre 2011. Ma non è tutto, il dipinto è ora inserito in una “nuova” cornice realizzata unendo frammenti di una cornice italiana dell’epoca di Leonardo.
Interessante è la storia che si accompagna al quadro, un storia che solleva molti interrogativi, come del resto fanno diverse opere di Leonardo e la sua stessa vita, che, scriveva il Vasari nella prima stesura de “Le Vite” (1550), era come “circondato da un alone ambiguo di potenza magica, di incantamenti, di non naturali seduzioni”. E se pure per spiegare il quadro (soprattutto lo straordinario fondale di rocce, acque, vegetazione, montagne che si stagliano in un cielo incandescente), si sono richiamati elementi inconsci o addirittura messaggi esoterici, e le interpretazioni si siano succedute nel tempo, il vero mistero è nella sua realizzazione, anzi nella loro realizzazione.
La Vergine delle Rocce esiste infatti in due versioni: quella di Londra, e un’altra esposta al Louvre, che è precedente. E questo è il primo piccolo mistero. Perché Leonardo, autore di diversi “non finiti” ha deciso addirittura di dipingere due volte quella Madonna con bambino, un angelo e San Giovannino ? Nel 1483 gli fu dato l’incarico di realizzare quello che doveva essere il pannello centrale di una pala d’altare per la Confraternita dell’Immacolata Concezione di Milano. Aveva 31 anni, era appena arrivato da Firenze e pare che realizzasse l’opera abbastanza rapidamente. E’ questo il dipinto del Louvre che però non è mai rimasto sull’altare milanese perché Leonardo, scontento del prezzo pattuito, cui seguì una lunga diatriba coi “confratelli” si decise a venderlo, pare, allo stesso Ludovico Sforza, ripromettendosi di realizzarne un altro – in tempi più dilatati – per la Confraternita. E lo fece, ma in 25 anni. La pala sostitutiva, consegnata nel 1508, era ancora a Milano nel XVIII secolo, quando fu acquistata dal pittore inglese Gavin Hamilton che nel 1880 lo rivendette alla National Gallery.
Sulla Vergine delle Rocce, tra la prima e la seconda versione, l’artista si sofferma dunque un quarto di secolo. E intanto la sua vita insegue freneticamente la sua creatività: dipinge capolavori come l’Ultima Cena, inizia la Gioconda e la perduta Battaglia di Anghiari, prova anche a volare oltre cha a dare tempo ed energie ai suoi mille esprimenti scientifici, ma in una maniera o nell’altra il dipinto pare che lo trattenga a sé. Perché allora, considerando i suoi impegni, non liquidare in tempi più decenti la commissione affidatagli dai confratelli dell’Immacolata?
Uno dei curatori che hanno partecipato al restauro, Luke Syson ha trovato la spiegazione, riprendiamo dal Guardian: “Vi ha lavorato per un lungo periodo, a scatti. Leonardo lascia Milano, torna, poi va via di nuovo. Il lavoro non poteva andare avanti quando Leonardo non era lì – perché fu lui, e non un assistente, a dipingerlo”. E torniamo a questo punto alla “certezza” iniziale, che sarebbe ulteriormente confermata da una serie di dettagli emersi dalla ripulitura e che porterebbero la “firma” del genio di Vinci, come – per citarne uno - le sagome delle palme che ritornano nell’incompiuta Adorazione dei Magi : “La chiave per ripensare questa immagine è quella di capire che non è finita. Non è una copia ben eseguita fatto per soddisfare una committenza . – ha detto Syson - Alcune parti del dipinto sono simili a gioielli, altre sono vaghe, ma questa non sembra essere una questione di maestro e allievo. Sembra più la differenza tra un Leonardo che vuole portare qualcosa alla perfezione, e un Leonardo che lascia quelle foglie di palma per completarle più tardi”.
E perché il genio abbia voluto riservare a sé il completamento dell’opera, questo è tutto ancora da scoprire.
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