Il Louvre, museo simbolo della Francia ha tre opere-simbolo, nessuna delle tre è francese ma è grazie alla grandeur transalpina che la Gioconda, la Nike di Samotracia e la Venere di Milo sono finite per diventare icone assolute. Non sono opere d’arte, sono l’arte, qualsiasi cosa pensino i detrattori come Pierre-Auguste Renoir, unico – forse – nel suo tempo, a liquidare quella Venere, nella quale si voleva riconoscere l’incarnazione della bellezza femminile, come “un gran gendarme“.
Leonardo dipinse quadri più belli della Monna Lisa e di statue greche ben più “espressive” delle due di cui sopra sono gremiti i musei italiani e greci; ma, così, all’impronta, ve ne ricordate qualcuna? Per rispetto al simbolo e a quell’80 per cento dei visitatori del Louvre (circa 6milioni e mezzo su 8 milioni totali) che ogni anni vanno in “pellegrinaggio” al Museo per vedere la Venere, la notizia merita rilievo: mercoledì l’antica statua è tornata in mostra dopo sei mesi di restauri, appare “sbiancata” rispetto a prima ed ha ritrovato una più agevole collocazione nella grande sala del dipartimento di Antichità greche dove era rimasta esposta dal 1824 al 1848.
Il lifting, affidato alla restauratrice (italiana)Anna Martinotta, che ha avuto l’Afrodite sotto cura da novembre ad aprile, ha riservato non poche sorprese. Ad esempio è stato scoperto un foglietto, rimasto nascosto per anni sotto il seno destro della statua e che rivela un intervento avvenuto nel 1936. Da una radiografia ai raggi gamma è emerso inoltre che nel 1821 – un anno dopo il suo ritrovamento nelle Cicladi – la Venere avrebbe dovuto tornare ad avere il suo braccio mancante, o per meglio dire, una protesi di gesso realizzata dallo scultore Lange. Il Museo vi rinunciò, fortunatamente, ma in compenso lo scultore potè rifarle in stucco il piede mancante, poi rimosso nel 1936. Anche questi sciagurati restauri diventano parte della vicenda di un’opera d’arte plurimillenaria, cosicché nel rispetto della storia, gli ultimi interventi hanno preservato il naso ricostruito all’epoca. Ed anche al momento della “rinoplastica” c’è stata una sorpresa. L’ha svelata il direttore del dipartimento delle Antichità greche del museo Jean Luc Martinez “Ci siamo resi conto con orrore – ha detto - che lo scultore responsabile per il restauro del 1821, Lange aveva ri-tagliato il naso della statua pensando ad una appendice di marmo. Infine, il naso era stato rifatto in gesso. Il comitato di restauro decise di applicare il naso in gesso perché la frattura artificiale era orribile“.
L’intervento contemporaneo è stato così soprattutto di ripulitura, sulla pelle di marmo di Afrodite erano rimaste traccie di olio, sapone e gesso che erano stati usati per realizzare un calco nel XIX secolo. Questi prodotti erano divenuti vecchi, la polvere degli anni vi era rimasta incollata formando una patina marroncina. Si è infine scoperto, ma questo era del tutto prevedibile, che la statua è estremamente fragile.
Il restauro della Venere di Milo si colloca nella più ampia riorganizzazione e sistemazione delle gallerie del Louvre dedicate all’arte greca. In risposta alle esigenze contemporanee, l’importante collezione è stata riorganizzata in due nuovi percorsi: uno, più etnografico, strutturato per geografia ed un altro dedicato alla mitologia. La sezione sarà completa però solo nel 2012, con la riapertura delle camere dedicate alla Grecia Preclassica.
Attualmente l’esposizione (ci riferiamo al percorso geografico, quello forse più interessante) parte idealmente dalla costruzione del Partenone (IV secolo aC) ed arriva alla conquista romana (I secolo aC.) culminando, inevitabilmente, con la sala della Venere di Milo. In questa galleria, dove la maggior parte dei pezzi sono stati collocati al centro e non lungo le pareti, ci s’imbatte in alcuni tesori assoluti, come un diadema d’oro e smalto, il vaso di terracotta con la testa di Medusa, i ritratti di Alessandro Magno e Cleopatra, l’enorme vaso di Pergamo, e soprattutto la famosa sala delle cariatidi, dove le opere di Prassitele e Lisippo sono circondate da una serie di nudi a testimoniare la grazia o il dolore della condizione umana. Nota di cronaca sono stati spesi quasi due milioni di euro per questo nuovo percorso, i lavori sono stati finanziati da una società giapponese, la Nippon Television Network Corporation il cui vice presidente, Seiichiro Ujiie da anni si spende per la conservazione del patrimonio mondiale.
LA SCOPERTA DI UN CAPOLAVORO MUTILATO
La Venere di Milo fu scoperta nel 1820 a Melos (Milo in greco moderno), un’isola a sud-ovest delle Cicladi. Il marchese de Rivière riuscì ad acquistarla e ne fece omaggio al re di Francia Luigi XVIII, che l’anno dopo la offrì al Louvre. La statua è costruita da molte parti lavorate separatamente e collegate da guarnizioni verticali (gambe busto, braccia e piede sinistro) secondo un metodo abbastanza comune nel mondo greco, in particolare nelle Cicladi, dove l’opera era stato creata intorno al 100 aC. Era adorna di gioielli di metallo dei quali sussistono solo i fori di montaggio: un bracciale, gli orecchini ed una fascia per capelli.
La dea, tuttavia, è per molti versi ancora avvolta nel mistero, il suo atteggiamento è enigmatico e i “pezzi” mancanti rendono difficile una identificazione sicura. Così è stata immaginata negli atteggiamenti più disparati: appoggiata ad un pilastro o appoggiata sulla spalla di Ares; per altri portava un arco o un vaso, era dunque Artemide o Danaide. Poi la sensualità delle forme, la seminuditè e la somiglianza con l’Afrodite di Capua (al museo Archeologico nazionale di Napoli) hanno fatto prevalere l’ipotesi che si trattasse della dea dell’amore. E dunque nella mano avrebbe potuto recare una mela – un’allusione al giudizio di Paride – una corona, uno specchio o uno scudo in cui guardava il suo riflesso. Ma potrebbe anche essere Anfitrite, dea del mare, venerata nell’isola di Melo.
La Venere di Milo fa rivivere la tradizione classica, ma per gli esperti è più “giovane”, apparendo come una classicista ricreazione collocabile dal II secolo aC alla fine del secondo dC. Il suo viso altero, l’armonia dei lineamenti del viso, la sua calma, sono impregnati con l’estetica classica (V secolo aC), i capelli e la modellazione dell’incarnato evocano le creazioni di Prassitele (IV secolo aC), ma il procedimento di lavorazione riflette le innovazioni emerse nel corso del periodo ellenistico, tra il terzo e il primo secolo dC. La dea viene catturata durante lo spostamento del capo sul torso e i fianchi che, rimanendo in posizione, permettono la tenuta delle gambe. La nudità è in contrasto con gli effetti d’ombra e di luce conferiti da un drappeggio profondamente scavato. Insomma, il “gran gendarme” di Renoir ha una storia ancora tutta da scrivere.

Askos à tête de Méduse Canosa, Apulie, 310-290 av. J.-C., terre cuite polychrome © RMN / Hervé Lewandowski

Ritratto di Alessandro il Grande detto « Alexandre Guimet » Le Caire, Egypte, 300 av. J.-C., marbre © 2006 musée du Louvre / Daniel Lebée et Carine Deambrosis

Lisippo - Ritratto di Alessandro Magno detto « Hermès Azara » © 2006 musée du Louvre / Daniel Lebée et Carine Deambrosis
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