E’ amato, Erri De Luca, come ben pochi autori in Italia. Come lui, probabilmente, solo Camilleri. E non parliamo di stima, di apprezzamento, del meritato plauso che va ad uno dei più grandi autori italiani viventi, ma di palese affetto popolare. Non sono solo le classifiche dei libri più venduti a sostenere l’affermazione. Certo, da quelle si legge come ad ogni “uscita” dello scrittore napoletano corrisponda un ingresso nella “top ten”; accade ormai da anni ed è accaduto anche con “Il peso della farfalla” (Feltrinelli), l’ultimo suo romanzo, uscito l’11 di novembre scorso e riportato – dopo 50 giorni in libreria - al sesto posto tra i libri più venduti dell’intero 2009.
E’ quando lo scrittore s’incontra con la gente faccia a faccia che si percepisce con chiarezza “il caso De Luca”, ovvero l’identificazione piena, dell’autore con la sua opera; si leggono i suoi libri e si finisce col pensare che quelle parole non siano state mirabilmente ordinate dal “mestiere”, non solo. Lui lo dice da sempre “prendo le storie dalla mia vita, è tutto già accaduto”, i dubbi ci restano; ma la gente gli crede e lo ama anche per questo. Fine di giugno del 2010. Un piccolo festival letterario di provincia: LetterAltura, a Verbania, lo scrittore tra mezz’ora incontrerà il pubblico in una conversazione a ruota libera dove parlerà della scrittura e della sua vita di sessantenne che ha incrociato le esperienze più diverse: il lavoro da operaio, quello di traduttore di testi in ebraico, l’esperienza della politica militante e quella della montagna, argomento prediletto nel festival riservato proprio alla letteratura delle terre alte.
Una fila chilometrica si ordina dal nulla appena De Luca fa ingresso nel giardino che ospiterà l’incontro: hanno tutti un libro da farsi autografare, una foto da scattare, una parola da scambiare. “Rappresento un piccolo festival letteraio della provincia di Sondrio. Verrebbe da noi?” chiede una ragazza “le lascio l’e-mail, mi scriva pure”, la replica è cortese. “Lo sa, ho fatto leggere i sui libri ai miei ragazzi delle superiori – interviene un’insegnate – è stata la prima volta che li ho sentiti così avvinti dalla lettura”. “Io con questo ho pianto”, chiosa una signora un po’ in là con gli anni porgendo “Il peso della farfalla” per la firma di rito. Dopo venti minuti riusciamo a sottrarre lo scrittore dal suo pubblico, del tempo promesso per l’intervista restano minuti residui, proviamo a sfruttarli al meglio, magari invertendo – per un attimo – questa deriva di consenso che nemmeno un star del rock…
DTD – Vedo mille copertine verdi, “Il peso della farfalla qui lo hanno letto tutti”, e chissà quante volte si sarà sentito chiedere delle affinità del suo romanzo con “Il vecchio e il mare” di Hemingway
EDL – “Il vecchio e il mare” è una storia più gentile, il pescatore è un eroe perfetto, buono per tutti, amichevole ….questa mia figura non è così buona, mischia il bene e il male, è della materia di cui siamo fatti tutti …
DTD – “Il peso della farfalla” è comunque un libro di montagna, se ne comprende l’attaccamento, anche alle sue asperità, o forse soprattutto a queste. Come reagisce quando sente parlare di politiche della montagna?
EDL – Intanto non credo che esitano e poi spero che lascino in pace almeno la montagna, che deve restare quel che è, e per chi vuole andare per starsene tranquillo, margini ce ne sono …
Come uno scrittore nato e cresciuto nelle strade di Napoli si sia appassionato alla fatica dello scalare le montagne (“Fatica? E’ solo sforzo fisico, la fatica è quella degli operai in fabbrica” ha detto alla scrivente qualche tempo fa), Erri De Luca lo racconta alla sua maniera
EDL – Mio padre mio padre non era un alpinista, ma è stato Alpino, in Albania. Della guerra non raccontava niente, non voleva tramandare niente di quel tempo maledetto…però ricordava le montagne, sono state le sua possibilità di riportare qualcosa indietro da quella esperienza da buttare. A lui piacevano le montagne ed io sono diventato uno scalatore; a lui piacevano i libri, ed io sono diventato uno scrittore; lui si è rammaricato di non aver fatto niente per la liberazione dell’Italia, perchè la storia aveva scavalcato Napoli trasferendosi al Nord, e si dispiaceva di non aver fatto niente per contrastare il fascismo che aveva subito; ed io sono stato un antifascista convinto. Si eredita solo il debito, l’omissione, ciò che il padre non è riuscito a fare, non si erditano i beni di fortuna, si è figli di quella persona perché si prosegue da dove lui s’è interrotto. Ho abbandonato la mia famiglia presto, a 18 anni, mi sono perso dietro le lotte politiche di allora, i miei però hanno contuato ad essere padre e madre mentre io non ho avuto l’onore di essere padre di nessuno, sono rimasto figlio nonostante l’età e non ho esperienze di generazioni successive …
La scrittura come eredità, grazie ad un padre innamorato della letteratura e che in un piccolo appartamento nel cuore di Napoli ricava una stanza dei libri
EDL - In realtà sono diventato scrittore anche perché hanno inventato la penna biro. Alle scuole elementari quando ero bambino io si usavano penna e calmaio e noi dovevamo imparare a scrivere intingendo il pennino ad ogni lettera. E’ stata un’esperienza chimica difficile, la carta è una superficie traditrice, infida, si scassava, si bucava, si macchiava, ti costringeva a fare il compito daccapo, è stata un’impresa imparare a scrivere in quel modo…quindi mai sarei diventato uno scrittore se non avessi avuto la penna a biro, che alle medie finalmente fu ammessa pur essendo stata inventata da un po’ di tempo. Lì ho capito che sarei potuto diventare scrittore, ho cominciato a scrivere le miE storie con la penna e mi piaceva moltissimo che quella superfice fosse morbida, accogliente e che la penna potesse correre su quelle lineee, non macchiava, non sputava…
DTD – Scrivere storie ma non definirsene autore, c’è bisogno di qualche chiarimento
EDL – Perché le prendo dalla vita mia, dalla vita degli altri. So sempre come vanno a finire, sono già successe, le trovo nel libro del passato, ogni tanto ne tiro fuori qualcuna ne faccio una redazione… sì, sono un redattore di storie
DTD – Uno scrittore, ma prima ancora operaio. Lei non lo ha mai dimenticato, trova sempre il modo per ricordarlo, per mostrare tutta la sua attenzione verso quel mondo
EDL – Ho fatto tanti anni quel mestiere per forza sono attento; là affondano le amicizie, da là arrivano le persone che ho frequentato. E ascolto quello che capita in giro; il mestiere di operaio è diventato più stretto, ce ne sono meno di operai e quelli che restano devono tenersi stretto un lavoro che diventa a sua volta sempre più stretto. Penso che la storia non sempre avanzi, non sempre progredisca, a volte regredisce e lo fa sul corpo e sulla fatica delle persone del piano terra, del piano base …a Pomigliano è toccato questo, pur di continuare a vivere e lavorare in quella fabbrica gli operai sono costretti a vedere la trasformazione del posto di lavoro in un posto di semi prigionia…
DTD – Ed è per questo che lei parla con pudore del mestiere dello scrittore
EDL – Non posso usare per ciò che faccio il verbo lavorare, capisco che per gli scrittori sia una lavoro, ma per me è stato sempre il contrario, la scrittura stava al termine della giornata di lavoro messa a contrppunto, a contrasto, a contraddizione allo schiacciamento delle vertebre, all’oppressione … E così per me la scrittura è rimasto il tempo migliore, il tempo salvato, separato dal resto della giornata. No, non posso permettermi di usare questo nobile verbo lavorare per la scrittura che faccio, approfitto volentieri dei diritti d’autore ma è un’attività, non è un lavoro è un attività festiva per me…
DTD – Ed il sapore di una festa, di quelle intime, tra pochi amici, sono gli spettacoli di parole e musica che con Gianmaria Testa a porta in giro per l’Italia, prima il fortunato “Chisciotte e gli invincibili“, oggi l’omaggio al poeta jugoslavo Izet Sarajlic, come funziona tra voi?
EDL - Siamo amici, lui è un professionista di musica e di parole e io sono uno a cui piace cantare e raccontare storie, ci troviamo bene, facciamo cose a braccetto, come portare in giro “Che storia è questa”, storie di un poeta e storie del ‘900 che sono anche le nostre, di noi di appartenenti al secolo passato.
(Antonella Durazzo)
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