Heineken Jammin’ Festival, cronaca di un piccolo-grande disastro estivo

Un disastro. Un vero e proprio immane, inatteso disastro. Questo quanto avvenuto domenica 4 luglio a Mestre, in particolare nella zona di Parco San Giuliano, [...]

Un disastro. Un vero e proprio immane, inatteso disastro. Questo quanto avvenuto domenica 4 luglio a Mestre, in particolare nella zona di Parco San Giuliano, durante lo svolgimento dell’annuale edizione dell’Heineken Jammin’ Festival.

Al culmine di una giornata che, dal punto di vista meteorologico, dava Venezia come la città più calda d’Italia, una specie di via di mezzo tra un uragano, una tromba d’aria ed una tempesta, si è abbattuta sulle decine di migliaia di giovani radunati nel parco in attesa dell’esibizione dei Green Day. Come da programma, in effetti, la giornata è cominciata sotto un sole cocente, che con l’aiuto dell’umidità tipica della zona, era davvero difficile da sopportare. I più coraggiosi, già all’apertura dei cancelli, hanno affollato il par terre e la collinetta retrostante.

Poi, le prime canzoni, il divertimento, i canti, i balli e via, tutti in attesa del refrigerio serale e del gruppo principale. Nel tardo pomeriggio però, chi non era nelle prime file con lo sguardo fisso sul palco, aveva già notato che dietro alla collinetta, nella maniera più vigliacca, alle spalle della gente, stava montando una perturbazione di una potenza difficile da immaginare, che andava via via peggiorando. Sulle prime, tanti tra la folla, si sono lanciati in canti e balli simili a veri sfottò da stadio come “Temporale, non spaventi nessuno! Temporale, non spaventi nessuno!” rivolti alla massa nuvolosa, consapevoli tutti che il rischio che il cielo cadesse a terra, c’era, ma almeno si tentava di dissuadere il temporale a sfogarsi, improvvisandosi moderni sciamani. Non è servito. Nel finale dell’esibizione del penultimo gruppo in cartellone, i “30 seconds to Mars”, il cantante, Jared Leto, ha fermato tutto per “assenza delle condizioni di sicurezza”. Il pubblico, ovviamente ha protestato. In quel momento nemmeno pioveva e quel gigantesco nuvolone nero come la pece, per tutti aveva solo oscurato un caldissimo sole e quindi era gradito.

E poi, si è scatenato l’inferno. Prima le classiche quattro gocce, che hanno solo fatto aumentare i canti irriverenti nei confronti delle nuvole, poi però la frequenza ed il peso della pioggia sono aumentati e dopo pochi minuti è stato chiaro ai più che la corsa esponenziale positiva del maltempo, non avrebbe avuto vita breve. La folla, per definizione sociologica, è stupida, non per colpa sua sia chiaro, ma è che nelle situazioni di rischio si tende un po’ tutti a perdere contatto con la realtà e partecipare ad un anarchico fuggi fuggi generale senza magari sapere bene verso cosa dirigersi e con un idrante sparato in faccia, non è una cosa facile scappare. Qualche decina di persone, forse troppo paurosi, ma sicuramente anche decisamente lungimiranti, hanno abbandonato il parco poco prima dello stop, cosa che ha fatto sì che ragazzi dalla collina, scendessero verso il palco per sfruttare i posti lasciati liberi ed andando così a rifocillare quello zoccolo duro di appassionati alla transenna. Sulle prime pochi di questi hanno pensato di rinunciare senza remore a quella posizione che avevano conquistato sei o sette ore di sole prima, ma poi, tutti, hanno dovuto convincersi a scappare. La pioggia battente, il vento gelido che soffiava, pare, a più di 80 chilometri orari, le temperature crollate di 20 o 25 gradi hanno costretto chiunque, protetto da giornali, tendine, asciugamani o coperte usate fino a quel momento come plaid, a correre in cerca di riparo.

La domanda è: dove? Nel parco erano disponibili i tendoni utili per proteggere i bar e le cucine, presi d’assalto da pochi fortunati ed in uno di questi, il più vicino al palco, sembra che si fosse sprigionata anche una piccola fuga di gas, ma il ricambio d’aria era talmente continuo, che nessuno se ne è preoccupato. Altri, si sono avventati sulle latrine chimiche, entrandovi anche in sei o sette. Scomodo e puzzolente, ma asciutto. Altri ancora, si sono riparati sotto il coperchio ribaltato dei cassonetti della spazzatura, così da infradiciarsi comunque, ma con il miraggio di essere un minimo protetti. A centinaia, dopo una folle corsa senza abiti o scarpe, sono stati soccorsi dagli uomini della protezione civile che li ha racchiusi in una copertina di soccorso, quel curioso “domopak” dorato da un alto ed argenteo dall’altro, che si usa per scaldare i feriti. Proprio così, scaldare. Una ventina di ragazzi, hanno lamentato ipotermia ed alcuni sono anche stati ricoverati negli ospedali della zona, con le ambulanze praticamente impossibilitate a circolare in sicurezza nel parco a causa dell’acquisito stato di acquitrino. Poi, in ultimo, è arrivata anche la grandine, con chicchi grossi come nocciole. Il fuggi fuggi era arrivato al culmine. La corsa disperata era verso l’ingresso del parco, dove sfilavano i pullman che dovevano condurre tutti in stazione a Mestre o nei grandi parcheggi per auto predisposti in zona. Intorno alle 21:45, dopo più di due ore di follia, il rubinetto  della pioggia ha cominciato a chiudersi e migliaia di ragazzi, bagnati fradici, si sono avviati arrabbiati ed infreddoliti verso casa. La sera tardi, la brutta notizia: nessun rimborso per il concerto saltato, al limite il permesso di entrare alla serata di lunedì, con l’esibizione dei “Black Eyes Peas”, oppure alla chiusura del Festival, affidata ai “Pearl Jam”, il 6 luglio. Per tutti coloro che non vorranno tornare a San Giuliano, LiveNation ed Heineken hanno previsto che, recandosi dal 12 al 31 luglio alla ricevitoria dove è stato comprato il biglietto (costato 57 euro con prevendita) si potrà richiedere un parziale rimborso di 25 euro. Non è la prima volta che Parco San Giuliano salta agli onori delle cronache in occasione del Jammin’ Festival. Accadde anche nel 2007, quando una tromba d’aria ribaltò letteralmente sotto sopra tutto il palco e l’impianto audio – luci. (Davide Rabaioli)

Il palco del festival

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