La cucina: luogo carico di simboli, sinonimo e icona della famiglia entra nel museo, e che museo il Museo d’Arte Moderna di New York (MoMa) che da settembre a marzo presenta Counter Space: Design and the Modern Kitchen, una mostra che esamina la cucina e la sua riprogettazione continua come barometro dei mutamenti sociali e tecnologici del ventesimo secolo, momento nel quale la cucina è diventata spazio di grande significato simbolico e pratico.
Il cuore della mostra, che espone centinai di oggetti, stampe, progetti, dipinti, sono alcune recenti acquisizioni del museo, come le iconiche “Frankfurt Kitchen”. Ideate nel 1926 - 27 da Grete Schütte-Lihotzky, prima opera del genere concepita da un architetto donna.
All’indomani della Prima guerra mondiale, migliaia di queste cucine furono fabbricate per gli alloggi pubblici delle aziende in fase di costruzione attorno a Francoforte, in Germania, nell’ambito di un programma globale di modernizzazione della città e della società. Il design compatto ed ergonomico di Schütte-Lihotzky, il suo approccio integrato allo “stoccaggio” dei cibi, degli elettrodomestici e delle superfici di lavoro, riflette un impegno ambizioso a trasformare su larga scala le vite della gente normale.
Storicamente, le cucine erano spesso squallide, poco ventilate, e nascosto alla vista in uno
scantinato o in un luogo assimilabile, ma già sul finire del XIX secolo la cucina è diventata un ponte del pensiero moderno verso la sfera domestica. Terreno di prova per i nuovi materiali,
tecnologie e fonti di energia, in cui i progettisti si sono cimentati affrontando crescenti preoccupazi
oni tutte moderne come l’igiene, l’efficienza e l’organizzazione razionale dello spazio. A partire dalle innovazioni di Schütte-
Lihotzky e dei suoi contemporanei negli anni ‘20, le cucine hanno continuato ad articolare, ed a volte ad attivare molteplici sfide: i nostri rapporti col cibo, gli atteggiamenti popolari sul
ruolo delle donne, la vita familiare, il consumismo, e perfino l’ideologia politica, come nel caso della
celebrata “cena dibattito” del 1959 tra Richard Nixon e Nikita Krusciov a Mosca, nel pieno della Guerra Fredda.
La mostra comincia nel primo Novecento analizzando l’idea del risparmiare lavoro. La cucina allora diventa razionale come una “fabbrica” o come un “laboratorio”. Dalla cucina di Francoforte, alle forme impilabili degli articoli di vetro Wagenfeld Cubus del 1938, ai poster rilasciati dal ministero britannico dell’informazione durante la Seconda guerra mondiale, l’ethos dominante è quello del lavoro, della parsimonia, e dell’igiene. Un passo dopo – siamo intorno al 1950 – e i temi portanti diventano quelli del design ergonomico, funzionale e tecnologico; dell’innovazione costante, mentre si sposta il baricentro di scelta dei consumatori verso la “piacevolezza” della cucina, come dimostrano i coloratissimi Tupperware degli anni ’50 o il collage del 1963 “Still life” di Tom Wesselmann.
Ma la realtà della cucina non è solo quella immaginata dai designer, l’elemento umano che la vive la carica carica alternativamente di nevrosi, frustazioni o di piacevolezze e socialità. Racconterà anche questo la mostra di New York attraverso fotografie, stampe, lavori multimediali e installazioni scultoree che evidenziano come la cucina abbia permeato anche la pratica artistica in virtù di quel valore simbolico che dalla fine degli anni ’60 ha acceso di dibattiti intorno all’economia, alla politica, al sesso.
Proprio per raccontare questo periodo è stata scelta, oltre ad una Francoforte del ‘68 una cucina italiana, prodotta dalla Snaidero, una di quelle componibili che rappresentarono il sogno proibito di tante donne nell’Italia del boom. A completarle una serie di oggetti di design, molti dei quali rappresentano i tempi che cambiano: apparecchi alimentati a gas e ad elettricità (del 1907 un bollitore progettato da Peter Behrens per AEG), oggetti in alluminio, in vetro resistente al calore, utensili da cucina in acciaio e le plastiche colorate che vanno dal secchio firmato Gino Colombini 1957, al giapponese
dispensatore di cibo del 1970, e poi progetti architettonici, manifesti, fotografie d’archivio, e opere selezionate, tutte tratte dalla collezione del MoMA, tra cui “pezzi” di Cindy Sherman, William Eggleston, Andy Warhol e Claes Oldenburg.
La mostra vuole essere anche un omaggio al contributo delle donne, non solo come , consumatrici e utenti privilegiate della cucina domestica, ma anche come innovatrici, architetti, designer, e come artisti che hanno affrontato criticamente la cultura della cucina e dei miti.
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