Art Basel, ci siamo. La più grande fiera mondiale dell’arte moderna e contemporanea, dopo aver regalato un’anteprima vip, apre oggi i battenti. E nell’aria c’è ottimismo; dopo i livelli toccati dalle aste newyorchesi del mese scorso si attende infatti da Basilea la conferma di una rinata fiducia del mercato.
Ma con le sue migliaia di proposte che ne fanno una mostra di mostre, Art Basel (leggi articolo di presentazione) è capace di richiamare anche il pubblico dei semplici appassionati, la schiera numerosa dei non collezionisti animati da pura e semplice curiosità intellettuale. E comunque è difficile anche per il collezionista più facoltoso riuscire a trovare l’adeguata collocazione per le mega-opere della sezione “Art Unlimited” che quest’anno presenta ben sei lavori di oltre 200 metri quadrati. E’ questa una delle sezioni più intriganti della rassegna, e certo tra le più gettonate con le sue 151 domande di partecipazione. Spazio che raggiunge in questo 2010 la sua edizione numero undici presentando 56 progetti di grande formato tra sculture, in
stallazioni, videoproiezioni, pitture murali e performance. Grande, però, non significa sfarzoso, al contrario l’input che quest’anno gi
unge dalla fiera sembra arridere ad una rinata sobrietà, all’uso del materiale povero che diventa prezioso perché messaggero di un concetto artistico. Insomma, chi si aspetta di vedere qualcosa in stile Takashi Murakami col suo Oval Buddha di otto tonnellate rivestit
o da foglia di platino – fu venduto nel 2008 per otto milioni di dollari – non riuscirà a stupirsi. A meno che non si converta al concetto del recupero dei materiali trovati, del materiale povero o monouso, allora sì che in “Art Unlimited” troverà soddisfazione.
In tal senso, ovvero in quanto espressione di un sentimento di sobrietà, è emblematica l’opera di Michelangelo Pistoletto presentata da Galleria Continua di San Gimignano, un Labirinto realizzato per la prima volta nel 1969 adoperando rotoli di cartone, costa 650mila euro. Pur carico di significati profondi, il couscous adoperato dal franco algerino Kader Attia per la sua “Couscous Ka’aba” – un’installazione che mette il caratteristico cubo de La Mecca (la Ka’aba) al centro di un cerchio real
izzato con quella farina che da tremila anni è il cibo principe del Nord Africa -, non è materiale meno povero del Tetrapack col quale Michael Beutler ha creato il paesaggio di tubi del suo Pipeline Field 2010.
E saltando tra il presente ed il passato, “Art Unlimited” propone le installazioni di tubi fluorescenti di Dan Flavin datate 1969 (prezzo 4 milioni di dollari) ; per collezionisti di minori disponibilità, anche il canadese trentenne Andrew Dadson, portato in fiera dalla galleria torinese Franco Noero, utilizza lampade fluorescenti come materiale base. Nello specifico presenta una serie di luci da ufficio dipinte di nero (costo 33mila euro). Nella stessa sezione troviamo anche un’installazione già nota al pubblico italiano, Frontier dell’americano Doug Aitken, video-istallazione collocata in ottobre a Roma sull’Isola Tiberina e successivamente donata al MACRO. Una delle sua edizioni è in vendita a 450mila dollari.
Il viaggio tra le proposte di Art Basel potrebbe continuare a lungo, i numeri e i nomi di questa edizione numero 41 sono – come sempre - importanti: trecento gallerie, migliaia di artisti, decine di eventi che si protrarranno fino al 20 giugno, torneremo a parlarne.

Kader Attia | Couscous Kaaba, 2010 | Courtesy Galerie Krinzinger, Vienna and Galerie Christian Nagel Köln/Berlin

Michael Beutler, Galerie Christian Nagel | Köln; Galerie Bärbel Grässlin | Frankfurt am Main; Pierre Bismuth, Team Gallery | New York
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