Arrigo Sacchi: “Sogno un calcio normale”

Arrigo Sacchi da Fusignano. Così recitano la sua biografia e l’anagrafe della cittadina romagnola, quasi a certificare che i grandi personaggi del mondo del calcio [...]

Arrigo Sacchi da Fusignano. Così recitano la sua biografia e l’anagrafe della cittadina romagnola, quasi a certificare che i grandi personaggi del mondo del calcio debbano nascere decentrati dalle grandi metropoli, o crescere nelle periferie suburbane dove si respira fame e ci si nutre solamente di sogni. Del carattere inutile parlarne. Il suo territorio è quello del ravennate. Per intendersi di quella popolazione che con le unghie e con i denti trattenne a sè le spoglie dell’amato poeta Dante Alighieri a dispetto dei fiorentini e della famiglia Medici che coi suoi signori e i suoi papi ci provò – e tanto – a riprendersi i resti del Sommo.

Le gesta di Arrigo Sacchi hanno deliziato gli occhi di tutto il globo, fedelmente trascritte negli almanacchi presenti e certo anche in quelli futuri ogni qualvolta si farà uso del termine “ gioco del calcio “. Già “ gioco “ perché per Arrigo Sacchi il calcio, nonostante gli enormi interessi che gli ruotano attorno, è bello solamente quando è un gioco, dunque messo in scena da giocatori e non da calciatori, bravi questi ultimi solamente a tirar calci ad un pallone. Gioco che diventa sinonimo di complicità e aggregazione,  filosofia di gruppo che tramuta in arte. Lo spostamento di mister Sacchi dalla città di provincia, Parma, alla grande metropoli, Milano, assunse ai tempi i contorni di un epico viaggio paragonabile a quello dello Spirit of Saint Luis. Un allenatore sconosciuto come tanti allora ma che nel suo palmares vantava ripetuti successi proprio nei confronti della squadra che poi lo avrebbe reso celebre in tutto il mondo. L’intuizione fu del più grande imprenditore del momento, Silvio Berlusconi presidente dell’ A.C. Milan, il quale applicò la più semplice delle regole imprenditoriali al calcio: vale a dire che gli avversari più pericolosi è sempre opportuno portarseli in casa propria. E così Arrigo Sacchi una volta atterrato nella città meneghina – che storicamente sa come coccolare i grandi rendendoli confidenzialmente di famiglia -  venne premiato dai lombardi con l’articolo davanti al nome. Dopo l’Helenio – Herrera – conosciuto come il Mago, e il “Paron” Nereo Rocco , Milano diede affettuosamente il benvenuto a l’Arrigo. Alla guida del Milan vinse praticamente tutto e altrettanto stava per accadere anche con la squadra Nazionale nell’edizione numero quindici dei Campionati del Mondo di Calcio USA del 1994. Una finale quella che certo non si dimentica poiché Arrigo Sacchi non la perse nel gioco, a lui tanto caro, ma ai calci di rigore. Un secondo posto dietro al Brasile che porta e porterà sempre con sé, e nelle conferenze che presenzia. Chi ha il carattere non dimentica, una peculiarità distintiva del dottor Sacchi. Già, dottore con laurea in Scienze e Tecniche dell’Attività Sportiva conferita honoris causa dalla prestigiosa Università di Urbino nell’ottobre del 2005.

DTD . Innanzitutto vorrei chiedere come chiamarla dottore, mister oppure dica lei. Le faccio questa domanda, restando nell’ambito accademico,  per sapere cosa intende quando definisce i giocatori del suo grande Milan come dei professori.

AS. Mi chiami pure semplicemente Arrigo. Ho sempre pensato che il calcio nascesse dalla mente non dai piedi e perciò  ho anteposto la ricerca della persona prima che del giocatore. Questo particolare soggetto apprende con facilità ciò che tu esponi, lo elabora al meglio e, successivamente, lo corregge e ne amplifica il concetto. I giocatori del grande Milan erano tutti in possesso di queste caratteristiche ecco perché li ho definiti professori.

DTD. Come si trova oggi in qualità di spettatore attento di quello sport che ha amato e sicuramente  tuttora ama così tanto ?

AS. Adesso il calcio mi impressiona meno devo dire, sono diventato negli anni ancora più esigente. Però quando vedo giocare bene ancora mi emoziona. Io ho amato e amo molto questo sport che ha iniziato ad entusiasmarmi sin da quando ero un bambino e l’ho vissuto sempre con partecipazione e con amore. Una partita di calcio ben giocata continuerà ad appassionarmi ancora poiché rappresenta uno spettacolo emozionante e coinvolgente.

DTD . Dal Fusignano passando per il Milan per giungere alla Nazionale. Lei ha sempre usato lo sport del calcio come metafora della vita. L’Arrigo Sacchi uomo come è cambiato in questo suo eccezionale cammino ?

AS.  Moltissimo, moltissimo! Mi ha dato più sicurezza e più tranquillità. Prima ero una persona chiusa e introversa, questa evoluzione ha contribuito a rendermi più estroverso. Quando si svolge la propria professione con impegno, dedizione e soddisfazione si viene ampiamente ripagati e alla fine risulta evidente che si viva anche meglio.

DTD. Quanto ha dato al gioco del calcio e quanto questo sport ha restituito all’allenatore italiano più rappresentativo di tutti i tempi ?

AS. Dipende. Per i miei estimatori molto, per coloro che non mi stimano sicuramente poco, quindi vede com’è tutto relativo. Ho fatto le cose che ho fatto non per avere approvazioni, principalmente le ho fatte per non deludere chi ha avuto fiducia in me cercando di rendere al massimo delle mie capacità. Se il risultato di tutto ciò fosse stato un successo o un insuccesso io comunque non avrei avuto nulla da rimproverarmi.

DTD . Quale morale se ve ne fosse una può ascriversi a questo sport ?

AS.  Lo sport rappresenta un cammino importante per il miglioramento della persona, però come tutte le cose è costruttivo o distruttivo, dipende da come lo si interpreta. Può essere la culla dell’arrivismo, della venalità, dell’arroganza, come invece può rappresentare un sentiero importante per farti raggiungere grandi obiettivi, per farti capire quanto è importante fare le cose con impegno, con passione, con generosità, con altruismo.

DTD . Per giustificare alcuni comportamenti quali razzismo e violenza che circondano sempre di più il mondo calcistico, usare ripetutamente da parte degli addetti ai lavori l’espressione che “ il calcio è lo specchio del Paese “ non le pare sia un’asserzione da Ponzio Pilato ?

AS.  Si, non è totalmente reale questa affermazione. Però vi anche da dire che il mondo del calcio è direttamente influenzato dalla cultura generale, anche sportiva, che domina nel paese. Stiamo vivendo un momento non buono e facciamo fatica ad uscire da metafore antiche e negative che hanno contraddistinto il nostro modo di intendere e vedere lo sport. Per esempio da noi la furbizia è sempre stata concepita come una virtù e l’arrangiarsi come un’arte. Questi concetti trasferiti nel calcio hanno soppiantato la cultura della sconfitta, che assolutamente non equivale a voler perdere. Significa fare le cose al massimo dell’agonismo e con spirito vincente riconoscendo anche la superiorità dei propri avversari; è l’ignoranza che non ti fa comprendere la superiorità dell’altro. Nasce tutto da un peccato originale vale: a dire dal considerare il calcio come una rivendicazione sociale anziché come uno sport, con le sue regole ferree, o come uno spettacolo sportivo. In tal modo una grande scuola di vita è stata sostituita da combine, irregolarità e maleducazione. Abbiamo tradito il culto dell’estetica distruggendo il concetto di merito del quale significato pochissimi oramai ne sono a conoscenza. Si comprende solo la vittoria, al di là di come la si conquisti. Il calcio nel tempo purtroppo si è imbarbarito perché per vincere a qualunque costo abbiamo arruolato le frange più violente della città, quelle meno educate e meno rispettose. A questo stato di cose hanno anche contribuito: i debiti delle società che non ti permettono di avere tempi necessari alla costruzione di un cammino, per pianificare; alcuni dirigenti di altrettanti club che si sono avvicinati al calcio solo per un interesse personale, per il proprio business usando il calcio come mezzo; e infine una parte della politica che ha sfruttato il tutto cavalcando l’onda solo per ottenere consensi e voti. Il risultato è che abbiamo fatto poco per tenere lontano il calcio da quelli che erano i rischi del Paese e oggi diventa difficile correggere e bonificare tutto questo. Non c’è mai nulla di negativo nelle cose, è l’uso che si fa delle cose che può essere negativo.

DTD . Lei ha definito la furbizia come anticamera della disonestà. Esistono tanti furbi nel calcio italiano oppure gli stessi sono giustificabili poiché appartenenti ad un mondo che non conosce regole ?

AS. Nelle altre lingue diventa difficile tradurre la parola furbo. Qui in Italia questo termine i bambini lo imparano fin da subito. Il calcio qui da noi dovremmo interpretarlo come accade nei paesi del Sudamerica dove non esiste vittoria senza spettacolo sportivo. Lei comprende che solo questo servirebbe da deterrente per qualunque tipo di combine o tentativo di prendere delle scorciatoie per arrivare al successo. Oltre naturalmente essere un grande stimolatore per un miglioramento tecnico e tattico del gioco.

DTD . Il nostro, a suo dire, è un Paese che ama parlare tanto senza mai dire nulla. Nel calcio italiano è entrato e uscito di scena un personaggio vincente come Mourinho che della comunicazione di un certo tipo ha fatto il proprio cavallo di battaglia. E’ Mourinho che parla una lingua incomprensibile oppure è il nostro sistema a non aver voluto comprendere l’allenatore portoghese ?

AS.  No, è il nostro sistema a non voler comprendere. Un giorno un politico importante mi disse che nel momento in cui si prende una decisione anche opportuna si scontenta automaticamente qualcuno. Più bassa è la percentuale di scontenti più aumenta il rumore dei delusi.

DTD . C’è un nuovo Arrigo Sacchi in giro per il mondo ed eventualmente chi sarebbe costui ?

AS.  Io credo sia difficile ci siano dei cloni. Ogni allenatore deve avere una propria idea e che sia costruttiva. L’idea che ho avuto io, che potesse piacere o no, è stata quella di giocare un calcio positivo e propositivo, un calcio di coraggio, affermativo e non di difesa esprimendo quella filosofia per la quale è nato questo sport.

DTD. Lei che è un integralista del gruppo, del gioco di squadra, come vede giocatori come Cristiano Ronaldo, Riccardo Kakà, Slatan Ibrahimovic ? Li avrebbe voluti alla sua corte ?

AS. Le contesto il termine integralista. Io ho realmente espresso quella filosofia che è alla base di tutti gli sport di squadra sempre affermando di preferire ai “ solisti “ i “ talenti “. In una grande orchestra io non prenderei mai un solista che va per sua strada a dispetto di tutti gli altri direttori d’orchestra. Perché non può essere applicata la stessa regola al calcio ?

DTD. E’ cambiato il gioco del calcio da quando non si accomoda più su una panchina ?

AS.  Il calcio cambia sicuramente, altrimenti diventerebbe uno spettacolo posdatato. Non accetto però l’affermazione che sia diventato più fisico che tecnico. Questa è veramente una bugia assoluta. Attualmente vedo dei giocatori normali o mediocri correre ad una velocità che prima solo i gradi campioni riuscivano a fare. Oggi il gioco del calcio è molto più complicato perché si gioca a delle velocità doppie rispetto a quelle di prima. Una volta si diceva: ricevi la palla, la stoppi, alzi la testa, guardi e la passi. Oggi se si dovesse fare tutto questo la palla sarebbe da tutt’altra parte del terreno di gioco, proprio in virtù di questa velocità. Se il giocatore professionista moderno non avesse la tecnica per saper gestire questi tempi rapidissimi non potrebbe assolutamente giocare. Le affermazioni sulla fisicità del calcio odierno sono da ascrivere ai nostalgici o a coloro che vivono nel passato. Il nostro Paese è antico e vive nell’antichità. Io passo per un innovatore ma quello che ho fatto è stato aprire un solo occhio in un paese che continua ad andare avanti tenendoli chiusi entrambi.

DTD. Dalla domanda di prammatica sui prossimi Campionati del Mondo non può esimersi di rispondere. Non le chiedo chi vincerà ma mi dica almeno le tre pretendenti al titolo.

AS. Per me sono più di tre. Però di getto le dico Brasile, Spagna e Inghilterra. Poi però mi viene in mente l’Argentina che non è da escludere, come non è da escludere l’Italia che quando giunge ai Campionati del Mondo si trasforma esaltandosi.

DTD. Vorrei concludere con quest’ultima domanda. Il calcio le esprime ancora gioia ? E se no cosa bisognerebbe fare a suo avviso per ricominciare a giocare nella più pura espressione del termine ?

AS.  Noi possiamo ricominciare a giocare nel momento in cui l’ambiente esterno cambia totalmente. Vale a dire quando ritorneranno le famiglie allo stadio, quando il gioco del calcio riprenderà ad essere interpretato come uno sport, un vero spettacolo con le sue regole. Quando gli stadi saranno più confortevoli e il tutto sarà vissuto con più rispetto, con più educazione; oggi negli stadi il coro in assoluto più gettonato è “ devi morire ! “. Ormai ci siamo purtroppo così abituati a questa anormalità che non riusciamo più a scindere il bene dal male. Non riusciamo a capire che non è normale che migliaia di poliziotti tutte le domeniche debbano presidiare gli stadi; non è normale che ci si accoltelli allo stadio. Di recente ascoltavo l’intervista ad un ragazzo accoltellato durante una partita il quale affermava che allo stadio le coltellate si danno e si prendono. Non è normale che nessuno, o pochi, sottolineino questo disagio del calcio. Il calcio che produciamo oggi è figlio di queste paure, di queste tensioni, di quest’ odio che dimora negli stadi. Tutto ciò viene alimentato da una minoranza di persone che si nutre del silenzio di una maggioranza indifferente e che si nasconde alla visione e all’ascolto di quello che accade.

(Francesco Serviente)

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