Al Mart di Rovereto i capolavori della Phillips Collection Gallery di Washington

“Il nostro proposito più entusiastico è di rivelare la ricchezza dell’arte creata negli Stati Uniti, di stimolare i nostri artisti autoctoni e offrir loro ispirazione…di [...]

Il nostro proposito più entusiastico è di rivelare la ricchezza dell’arte creata negli Stati Uniti, di stimolare i nostri artisti autoctoni e offrir loro ispirazione…di mostrare come i nostri artisti americani mantengano una parità, se non proprio una superiorità, rispetto ai più noti contemporanei stranieri”, così scriveva nel 1921 Duncan Phillips, fondatore proprio in quello stesso anno del primo museo d’arte moderna americano, quella  Phillips Collection Gallery di Washington dove per 60 anni il collezionista cercherà di tener fede alla promessa, consentendo agli stessi americani di conoscere i propri artisti, e al tempo stesso aiutando l’arte d’oltreoceano a liberarsi dal sentimento di sudditanza verso l’espressione europea.

Dal 5 giugno sarà il pubblico del Mart di Rovereto a poter sperimentare un percorso nell’arte moderna degli States ed a renderlo possibile è il rinnovarsi di una collaborazione che già nel 2005 portò nel museo trentino numerosi capolavori della Phillips Collection per la mostra “Da Goya a Manet, da Van Gogh a Picasso”. Con questo appuntamento le curatrici Susan Behrends Frank (curatrice della Phillips Gallery) e Gabriella Belli propongono un approccio dell’arte americana in un arco storico, dalla seconda metà dell’800 secolo ai primi sessanta anni del ‘900 ancora poco noto al grande pubblico.

Tra le cento opere del percorso “Arte americana 1850-1960” quelle di pionieri di uno stile tutto Usa come Edward Hopper, Georgia O’Keeffe e di tanti artisti americani amati da Duncan Phillips ed alla cui promozione dedicò, per dirla  con Susan Behrends Frank: “l’impegno di una vita, assemblando una collezione della miglior pittura americana che tutti potessero vedere e apprezzare.”

Una mostra che si presenta coi canoni della completezza ed anche questo è dovuto all’opera del mecenate Phillips che fu il primo, negli anni Venti del Novecento, ad acquisire ed esporre il modernismo e l’arte astratta, conquistando una rilevanza internazionale anche con l’acquisizione di grandi capolavori dell’arte europea. “Il confronto è dunque l’occasione per un’inedita e documentata riflessione sui complessi percorsi che hanno portato la pittura americana a trovare una strada autono

ma rispetto alla tradizione europea. Un’evoluzione verso la modernità che in seguito, dopo la Seconda guerra mondiale, ha assegnato alla produzione statunitense un ruolo di riferimento incontrastato per tutta l’arte internazionale”.

Si parte con una ricerca delle radici della modernità nella pittura americana con i maestri inclusi nella sezione

“Romanticismo e Realismo”, in cui sono presentate le opere di George Inness, Winslow Homer, Thomas Eakins, Albert Pinkham Ryder, e James Abbott McNeill Whistler. “Impressionisti” americani, come Childe Hassam, Maurice Prendergast e John Henry Twachtm

an, collezionati ampiamente da Phillips e decisivi nella transizione del suo gusto verso l’astrattismo. Quindi i primi astrattisti, come il John Marin di “Weehawken Sequence, No. 30″, (circa 1916- artista che nel 1950 andò anche alla Biennale di Venezia) e poi gli astrattisti conclamati, come Arthur Dove e Georgia O’Keeffe (siamo negli anni ’20). Più sezioni della mostra sono dedicate alle “atmosfere” americane. La domenica (Sunday 1926) di Edward Hopper è il fulcro di una sezione intit

olata “Tempi Moderni”;  c’è l’affascianante sezione de “La città” dove le metropoli sono interpretate dal neocubismo di Stefan Hirsc

h, dal realismo urbano di John Sloan, ma soprattutto e ancora da Edward Hopper (“Avvicinandosi a una città”, 1946) e da Charles Sheeler. Il passo per arrivare a definire “Memoria e identità” del Paese è breve, ecco che s’incontrano pittori come John Kane, Horace Pippin, Jacob Lawrence che a ridosso della Grande Depressione dipingono le migrazioni verso il nord degli Stati Uniti, la vita nei sobborghi e l’epopea del jazz.

Contemporaneamente la linea espressiva dell’astrazione si sviluppa secondo forze che provengono  da artisti “esuli” come Alexander Calder, o anche da pittori come Milton Avery, considerato dai critici “il Matisse americano”. Corrono in parallelo le personalissime rielaborazioni del surrealismo europeo che emergono negli esordi di Mark Rothko e Jackson Pollock. E arrivano gli anni del secondo dopoguerra, la cultura artistica americana assume un’identità più radicale con l’Espressionismo astratto, grazie a numerosi autori impegnati ad esplorare un’arte fatta di simbologie private e calligrafismi a cui era affidato il compito di far affiorare il subconscio. E’ qui che s’incontrano i “pittogrammi” di Adolph Gottlieb ispirati all’arte tribale, le metafora dei pensieri e dei sentimenti di Robert Motherwell e Mark Rothko, o le astrazioni di colore espressive e luminose di Philip Guston e Sam Francis.

Arte americana 1850-1960. Capolavori dalla Phillips Collection di Washington Mart, Rovereto - dal 5 giugno 2010 al 26 settembre 2010

www.mart.trento.it

, 1935. Olio su tela”]Dove (Red Sun)

Arthur G. Dove (1880-1946)- Red Sun [Sole rosso

Milton Avery - Girl Writing, 1941. Olio su tela.

Edward Hopper - Sunday, 1926. Olio su tela.

Maurice Prendergast - Ponte della Paglia, 1898-99.

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