Giorno verrà, e non pare essere neppure troppo lontano, che all’uscita del cinema si ascolteranno conversazioni del tipo: “Visto che meraviglia il protagonista?” – “Ben fatto, non c’è che dire… sembrava proprio Al Pacino”. La natura del dibattito che negli ultimi tempi intriga molti media ha un risvolto inquietante, oltre che occupazionale: l’attore virtuale (vactor abbreviato), coacervo di miliardi di pixel soppianterà l’attore in carne ed ossa?
Personaggi autorevoli ci credono prospettando, magari indirettamente, un futuro di creature digitali candidate all’Oscar o seguite con passione da migliaia di fan. Un nome non a caso, James Cameron. Il regista di Avatar intervistato nei mesi passati da Entertainment Weekly, nel parlare degli immensi vantaggi che la tecnologia aveva portato al suo film, alla domanda del giornalista su dove possa arrivare il cinema grazie alle ultime invenzioni, ha risposto in maniera alquanto suggestiva, andando a scomodare nientemeno che l’Ispettore Callaghan per cui – ha affermato – oggi sarebbe possibile ritrovare l’intera serie degli anni ’70 con un Clint Eastwood com’era esattamente 40 anni fa.
UNA STORIA LUNGA 25 ANNI
La questione dell’attore virtuale (in tutto o in parte) pur essendo riemersa prepotentemente coi successi di Avatar non è affatto nuova. I primi programmi ad aver animato volti umani conferendo loro realismo ed “emozioni” risalgono ormai a 25 anni fa. E’ del 1985 il film d’animazione Tony de Peltrie realizzato dall’Università di Montreal con la stessa tecnica che Spielbergh adopererà per rendere realisti dinosauri di Jurassic Park, dello stesso anno è il video che accompagna la canzone di Mick Jagger “Hard Woman“.
Immediatamente dopo sono arrivati i cloni. I primi esseri umani ad essere digitalmente clonati sono stati nel 1987 Marilyn Monroe e Humphrey Bogart in un film creato da Daniel Thalmann e Nadia Magnenat-Thalmann per il 100 ° anniversario della Società di Ingegneria del Canada. Vi hanno lavorato sei persone per un anno intero. Nelle sequenze che ne sono emerse Bogart e Monroe s’incontrano in un bar di Montreal, parlano, mostrano emozioni, agitano le mani. Nel ‘98 i due scrivevano “I virtuali Bogart e Monroe hanno ora 10 anni. La Monroe ha acquisito un certo grado di intelligenza indipendente; interpreta anche il ruolo autonomo di un arbitro che annuncia il punteggio di una partita di tennis in tempo reale, simulato su un campo virtuale”.
Le sperimentazioni dunque non si fermano, chi cerca l’attore sintetico basandosi sulle animazioni digitali di modellini in argilla (come la Kleizer-Walczak Construction Company), chi tenta la strada del burattinaio che manovra espressioni del viso e posture di un modello digitale. E’ a questo punto che ritroviamo un nome noto, James Cameron, che nel 1989 dirige The Abyss dove compare un volto generato dal computer collocato in uno pseudo fondale oceanico. Il regista si ripete e moltiplica l’esperienza nel 1991 con Terminator 2, dove in oltre 40 scene fonde attori sintetici con animazioni dal vivo, per l’occasione crea anche i modelli computerizzati del volto di Robert Patrick.
VACTOR ALLA RISCOSSA
Con il 21 ° secolo un caso eclatante. Il volto di Brandon Lee, morto durante le riprese de Il Corvo nel 1994, viene sovrapposto digitalmente ad un corpo al fine di completare quelle parti del film che dovevano ancora essere girate. E nel 2001 la prima attrice virtuale, Aki Ross protagonista di Final Fantasy: The Spirits Within. ll personaggio creato da Hironobu Sakaguchi per la Square Pictures, avrebbe dovuto avere una vera e propria carriera da star ma così non è stato, Aki fece una seconda apparizione nel film Animatrix e quindi cadde nell’oblio con buon conto di Tom Hanks che all’uscita del film era sceso in difesa della categoria degli attori in carne ed ossa paventando il pericolo che i produttori avrebbero potuto rivolgersi sempre più spesso verso un nuovo modello di attori virtuali, meno costosi delle star e certo più “ubbiendienti”. Ma l’attore virtuale, ormai, era già una realtà, nel 2004 a quindici anni dalla morte, Laurence Olivier ricompare sugli schermi. Grazie alla computer graphic filmati da lui girati in giovane età sono stati riproposti e integrati nel film “Sky Capitain and The world of tomorrow”.
L’uso di un clone digitale solleva problemi su diversi fronti ed anche dal punto di vista sindacale ed economico. Con lo sviluppo di cloni sempre più perfetti l’attore, quello vero, può essere chimato, infatti, ad agire limitatamente sul set e questo lo porrebbe in svantaggio dal punto di vista contrattuale. D’altro canto l’attore sintetico potrebbe essere adoperato per le scene più scabose, ad esempio potrebbe farsi squartare da un’ascia senza il minimo problema o girare pesanti scene di sesso con la stessa facilità con la quale sorbisce un caffè. Altre preoccupazioni comprendono l’uso postumo dei cloni digitali. Prima della resurrezione digitale di Brandon Lee il Senato della California aveva elaborato il progetto di legge Astaire per rispondere alle pressioni esercitate dalle vedova di Fred Astaire e dalla Screen Actors Guild che cercavano di limitare l’uso di cloni digitali di Astaire. Gli studios si sono ovviamente scagliati contro la normativa mentre diverse società, tra cui la Virtual Celebrity Productions, si erano affrettate nel frattempo ad acquistare i diritti per creare e utilizzare cloni digitali di vari personaggi famosi morti, come Marlene Dietrich, Vincent Price, Groucho Marx, Sammy Davis Jr.
Dunque l’attore virtuale è oggi più che mai una minaccia reale sia per i vivi, sia per i morti dei quali, ci si chiede, a chi appartenga l’immagine. Liquidati gli eredi, magari con un congruo rimborso, chi diventa il proprietario della sua figura?
Ll’idea di un’industria che possa fare a meno di attori e attrici per ridurre costi e processi produttivi è quanto mai contrastata. Lo stesso Cameron ha sostenuto che la presenza degli attori reali è stata indispensabile per costruire i personaggi di Avatar (la tecnica è quella ormai famosa del motion capture, adoperata oggi in maniera massiccia, dunque allo stato attuale sarebbe impossibile costruire un personaggio senza la presenza di un attore. Ma non tutti la pensano allo stesso modo, il blogger Robert Scoble, ad esempio, sostiene che a Hollywood siano in corso test che vanno proprio nella direzione opposta. (per vedere un esempio clicca qui)
Ad ogni modo il problema principale a tutt’oggi sembra essere proprio la tecnologia (e il denaro). A Cameron sono stati necessari cinque anni per dare credibilità ai suoi attori e come già era accaduto nel Gollum della trilogia de Il Signore degli Anelli o in film come Polar Express e Alice in Wonderland sono stati utilizzati sistemi di motion capture che prevedono un vero attore come parte essenziale del processo. Lo stesso discorso vale per Tintin, l’ultimo progetto di Steven Spielberg. Ma potrebbero essere gli ultimi fuochi anche per questa innovativa tecnologia.
ATTORI O MARIONETTE?
Riprendiamo da El Pais: Jules Orbach, presidente di Stage Light (la cui tecnologia è stata utilizzata per creare la vecchia versione di Brad Pitt ne Il curioso caso di Benjamin Button), ha assicurato in diverse interviste: “Con l’abbassamento dei costi e dei nuovi sviluppi nel software, non si è lontani dalla creazione di un attore del tutto virtuale, e probabilmente si vedranno interpreti che appaiono nella loro versione più giovane“.
Superate le questioni legali, quelle contrattuali, economiche e tecnologiche, emerge – senza possibilità di soluzione – la questione dell’insostituibilità dell’uomo e dell’irriproducibilità di quell’insieme di fattori minimi ma imprescindibili che fanno di un attore un artista. E non è solo una questione di tecniche recitative, perché col tempo, anche la tecnologia potrebbe adeguarsi riproducendo “alla perfezione” ogni palpito richiesto da regista e copione.
Rimandiamo ad un ampio articolo pubblicato di Oliviero Ponte di Pino, dal titolo “L’attore nell’epoca della sua riproducibilità” pubblicato per la prima volta sul Patalogo 18. Annuario dello spettacolo 1997 . “[...]potremmo chiederci: guardando un filmato con un attore reale e un attore virtuale, che cosa differenzia queste due macchine per produrre segni e indurre emozioni? Quali caratteristiche possiede il primo che il secondo non potrà mai avere? Quali compiti può svolgere l’uno che all’altro sono preclusi? Insomma, che cosa, nella presenza dell’attore, non può essere ridotto a effetto speciale? [...] – e conclude – Il bravo attore non è solo una Supermarionetta. Il suo apporto creativo risiede tanto nella sua malleabilità e versatilità, nel suo bagaglio tecnico e virtuosistico, quanto nella sua viscosità fisica, psicologica e culturale, nelle resistenze che oppone al testo e al lavoro del regista, nella sua irridicibilità a un progetto predeterminato, nelle energie profonde che questa resistenza fa riemergere“.
Insomma, un attore è un essere umano e non può essere altro.
Una decina di anni fa Steven Spielberg disse: “Mai un essere virtuale potrà comportarsi come Al Pacino. Tuttavia, verrà un giorno in cui fisicamente si sarà in grado di replicare o simulare l’aspetto di un essere umano, e quasi ci convinceranno che si tratti di una persona reale e non la creazione di un computer “. (A.D)
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