Immergersi nelle opere di Pablo Picasso è una sfida, artista la cui vita e il lavoro sono ben documentati, ma che continua a offrire sorprese, ad affascinare e ad esprimere un’inesauribile forza. Parola di John Richardson, curatore di “Picasso in The Metropolitan Museum of Art”, una delle più complete mostre degli ultimi anni dedicate al genio spagnolo, in allestimento dal 27 aprile al primo agosto nel grande museo newyorchese che deteniene un’imponente raccolta “picassiana”.
A far scoccare la scintilla tra il Met e Picasso fu un personaggio d’eccezione, la scrittrice Gertrude Stein,
profonda amica del pittore, nonché protagonista di un quadro fondamentale per la storia dell’arte: quel ritratto “tutto occhi e personalità” datato 1906, dipinto che i critci considerano come l’opera che precorre il Cubismo. Con la morte della scrittrice, nel 1946, il capolavoro – che da sempre aveva attratto le morbose attenzioni dei collezionisti – passò per volontà testamentaria al Metropolitan Museum, e fu la prima di una serie di acquisizioni, in arrivo per lo più da donazioni, che oggi fanno della raccolta del Metropolitan una tra le più importanti collezioni al mondo dell’opera di Picasso. Per la prima volta una mostra riunisce tutti i fondi picassiani del Museo: vale a dire 34 dipinti, 38 tra pastelli, disegni e acquerelli (molti dei quali mai esposti prima d’ora), due sculture e 200 stampe (delle 400 conservate).
I temi chiave per i quali Picasso è così ben noto ci sono tutti: l’Arlecchino pensoso dei suoi periodi blu e rosa, le figure sfaccettate, le nature morte dei suoi anni cubisti, le teste monumentali e classicheggianti dei bagnanti del 1920, i tori e il “furioso sognare nudi” del 1930, ed i “moschettieri libertini” dei suoi ultimi anni. Il percorso è cronologico, si parte da un audace autori
tratto del 1900 “Yo” dello spagnolo a 18 anni, al fantasioso nudo seduto di Musketeer (1968), creato quando di anni ne aveva 87. Non manca il ritratto di Gertrude Stein ed una straordinaria costellazione di dipinti dell’origine, che comprendono tra l’altro l’Arlecchino seduto del 1901 (l’inizio del suo periodo blu), il Lapin Agile (1905), in cui l’artista ritrae se stesso vestito da malinconico arlecchino , e un autoritratto dal 1906, che riflette gli incontri di Picasso con i paesi dell’Africa. Tra gli altri dipinti celebri proposti, La donna in bianco (1923), Il sognatore (1932), e Dora Maar in una poltrona (1939).
In preparazione della mostra, tutte le opere di Picasso della collezione sono state studiate da vicino, e molte sono state restaurate, con qualche sorpresa. I raggi X e la riflettografia agli infrarossi di diverse tele, come La Coiffure (1906), hanno rivelato al di sotto altri dipinti portando così alla luce nuove informazioni sul processo di lavoro dell’artista. La scoperta più intrigante è quella che riguarda un’opera del periodo rosa, L’Attore (1904-1905) che ha subito un restauro dopo essere stato danneggiato da una turista lo scorso mese di gennaio. In questa grande opera, che inaugura il passaggio di Picasso dal
periodo blu (quello in cui ritraeva un mondo di mendicanti laceri e musicisti ciechi) a quello rosa (caratterizzato dagli acrobati e dai personaggi della Commedia dell’Arte), Picasso dipinse sul retro di una tela utilizzata in precedenza, dopo aver coperto la precedente composizione con un pesante strato di vernice. L’immagine sul retro sembra essere un paesaggio simbolista dipinto da un altro artista. Attraverso video e fotografie, la mostra offre stuzzicanti dettagli su questi studi. E a completare tutto, gli scatti che grandi fotografi dedicarono a Pablo Picasso: Man Ray, Brassai, Arnold Newman, David Douglas Duncan.
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