Galoppando dal Colosseo alla foresta di Sherwood l’accoppiata Ridley Scott e “il Gladiatore” Russel Crowe torneranno, il 15 di maggio, a raccontarci una delle storie più gettonate della storia del cinema, quella di Robin Hood e della sua allegra masnada. Il film, ormai è noto, aprirà fuori concorso la 63ma edizione del Festival di Cannes e sarà contemporaneamente in sala. Cosa vedremo? Sangue, battaglie e la sorpresa di un Robin del tutto diverso da quello tramandato da una quarantina tra film e serie tv che hanno provato a evocare la stessa leggenda.
“Chiunque si aspetti di assistere tutti gli elementi tradizionali di Robin, le battaglie con Little John, Marian come damigella in pericolo, le grasse feste con cervo arrostito e fiaschi di idromele,
tanto buon cuore e temerarietà rimarrà deluso” dichiarava il prtagonista al Times, aggiungendo d’essere partito per l’avventura con l’intenzione di rivitalizzare ogni parte della storia, “e ho pensato che se si intende rivitalizzare Robin Hood, si può fare partendo dal presupposto che qualsiasi cosa che conoscevi su di lui è un errore …”
E così Crowe e Scott per il loro Robin sono risaliti alle più antiche fonti scritte, le hanno ripulite dalla incrostazioni vittoriane intrise di romanticismo ed hanno disegnato il personaggio di un vigoroso fuorilegge, molto simile a quello che appare nelle ballate popolari britanniche che sin dal Medioevo hanno parlato di lui.
Si tratta di un racconto delle origini, che spiega come un piccolo proprietario terriero – nonché arciere di Riccardo Cuor di Leone (si chiama Robert Loxley, nella versione Scott) diventi Robin Hood. E mentre i suoi uomini sono veterani delle battaglie in Terra Santa contro l’esercito del Saladino, lady Marian (Cate Blanchett) è una ragazza determinata e dura e lo sceriffo di Nottingham è “solo” un servitore dello stato che fa il proprio dovere. E in quanto al rubare ai ricchi per dare ai poveri, anche questo Robin lo fa, ma solo una volta in tutto il film, per il resto preferisce dare a se stesso.
A questo punto è lecito pensare che il film incontrerà allo stesso modo delusi ed entusiasti, i primi probabilmente avranno nostalgia per l’immagine più tradizionale, quella che in qualche modo anche Kevin Costner rispetta ne l’ultima grande produzione dedicata alla leggendaria figura (Il principe dei ladri, 1991). Come si accennava in precedenza, la leggenda di Robin Hood, pur appartenendo profondamente
alla cultura britannica, per il resto del mondo è figlia essenzialmente del cinema. Il primo film su re della foresta di Sherwood del quale si abbia memoria risale a quasi un secolo fa, s’intitolava – anche questo – semplicemente “Robin Hood”, ovviamente era muto ed a firmarlo era stato Theodore Martson nel 1913. La storia si ripete, di rifacimenti sino ad oggi ne arriveranno decine, alcuni famosi, come il “Robin Hood” (anche qui il titolo è lo stesso) di Douglas Fairbanks del 1922; “Le avventure di Robin Hood”, del 1938, con un “mitico” Errol Flynn, e ancora l’eroe incarnato da Sean Connery nel 1976 in “Robin e Marian” e tanto per non dimenticarcene il “Robin Hood” formato volpe, uscito nel 1973, 21º classico della “ditta” Disney.
Cosa avrà incantato per cento anni il pubblico e cosa avrà ispirato registi e sceneggiatori tanto da riprendere periodicamente in mano il mito Robin è presto detto: la forza del personaggio, paradigma dell’eroe tutto generosità che si adopera per cercare di ristabilire l’equilibrio sconquassato dai prepotenti. E poi la forza iconica dei comprimari: la perfidia dello sceriffo, la robusta bonomia di Little John, la dolcezza e il coraggio di Lady Marianna, l’incarnazione della giutizia del re assente, Riccardo, versione “alta” di Robin che al ritorno dalla Terza Crociata consentirà il trionfo della verità. Tutto questo – così pare – nel film di Ridley Scott scompare, le linee caratteriali dei personaggi diventano meno marcate, più sfumato è il confine tra ragione e torto. E Robin esce dal mito e diventa, se il film conferma le attese, più vicino alla realtà dell’epoca. Allora alla celebrazione dell’uomo immerso nell’idillio naturale, tanto cara al romanticismo, si sostiuisce un mondo violento, come probabilmente doveva essere l’Inghilterra dell’alto Medioevo. 
Ma trattasi di storie e non di storia: “Nessun vero Robin Hood può essere individuato e studiosi moderni devono accettare questo fatto” – ha detto al Times il professor James Clark Holt, autore di un saggio su Robin Hood . “C’è una faretra di possibili Robin Hood – dice - anche se la più probabile delle ipotesi è poco più di un flash nella luce del crepuscolo“. In breve, per l’insigne medievalista dell’Università di Cambridge, il mito sarebbe una derivazione di una serie di ballate popolari che a loro volta prendono spunto da leggende. E c’è pure chi sostiene che le origini di Robin siano del tutto mitologiche, e la sua vita nella foresta sia stata ispirata dai miti celti delle fate e degli spiriti del legno. Ma nulla è provato e Robin Hood continua a rimanere sfuggente anche agli sguardi degli studiosi, che pure lo “cercano” da sempre. Un esule della storia rifugiatosi ad Hollywood.
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