Stanley Kubrick, l’indiscusso genio del cinema ha cominciato a trattare con le immagini poco più che adolescente. Tredicenne prese ad armeggiare con una Leika regalatagli dal padre e a 17 anni già incantava i consumati editor di una rivista illustrata. Era il giugno del 1945 ed il ragazzo si fece notare dai responsabili del magazine Look per lo straordinario ritratto di un edicolante newyorchese colto nello sconforto per la morte del presidente Roosevelt. Il minorenne fu così assunto come fotoreporter e mandato a caccia di scatti nelle strade, sempre piene di sorprese, di New York. Fino a ieri questa sembrava solo una nota biografica: dov’erano finite le foto? E soprattutto, si poteva intervedere in esse il germe del gigante che sarà il Kubrick regista? Pare proprio di sì, anche se il giovane Stanley sarà fotografo per soli 5 anni.
Va dunque a coprire un vuoto la mostra che dal 4 aprile apre a Milano. Per la prima volta al mondo, infatti, un’esposizione va ad indagare questo aspetto poco conosciuto della carriera di colui che ha dato vita al dottor Stranamore e a Shining, a 2001 Odissea nello Spazio e Full Metal Jacket, a Barry Lindon e ad Arancia Meccanica. E si capirà come un tale narratore di storie e psicologie sia nato come talentuoso fotografo.
Allestito fino al 4 luglio a Palazzo della Ragione il percorso propone trecento fotografie, molte delle quali inedite e stampate da negativi originali, realizzate dal giovane reporter di Look dal 1945 al 1950. Curata da Rainer Crone, autore di un libro sul tema, l’esposizione è realizzata in collaborazione con la Library of Congress di Washington e il Museum of the City of New York – che custodiscono un patrimonio ancora sconosciuto di oltre 20.000 negativi di Stanley Kubrick giovanissimo, ma già grande fotografo.
“Una mostra che racconta anzitutto lo sguardo di Kubrick che si è rivelato essere uno dei tratti stilistici più interessanti della sua poetica cinematografica – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory -. Una carriera fotografica che si è dispiegata all’insegna della ricerca dell’anima dei personaggi ritratti al pari degli ambienti con una personalissima visione del reale e dei suoi stratificati livelli di significato”.

Autoritratto di Kubrick quando lavorava a Look (LOOK Magazine Photograph Collection at the Library of Congress.)
A Kubrick fu congeniale il metodo scelto da Look per “raccontare” storie di vita, che era quello di una sorta di narrazione a episodi che prevedeva che il soggetto venisse seguito costantemente e immortalato in tutto ciò che faceva. Uno stile invadente, non c’è dubbio, ma affascinante, capace di trasmettere il senso pieno della vicenda narrata. Ma tutto ciò andava reso con la massima naturalezza, evitando il rischio di pose artefatte, per questo Kubrick metteva in atto una serie di stratagemmi per passare inosservato, come ascondere il cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca e azionare l’otturatore con un interruttore nascosto nella mano. Oppure, per ritrovare la luce naturale degli interni, agire opportunamente sul tempo di esposizione e sull’apertura del diaframma. Gran parte del senso estetico che si ritrova nei suoi film veniva già espresso allora.
“Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick, realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da un fotoreporter. Le sue istantanee infatti – sottolinea il curatore -, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei film”.
Nelle due parti del percorso espositivo, la “percezione della realtà” secondo Kubrick rivive attraverso le immagini più disparate di vita comune: poliziotti e criminali ( testimonierà l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura); storie di strada come quelle dei piccoli lustrascarpe (gli shoe shine) agli angoli delle vie di New York; e scatti di celebrità, come l’attrice Betsy von Furstenberg, protagonista di una sezione ad hoc che rappresenta la vivace vita newyorkese di quegli anni. E ancora, immagini cacciate all’interno della prestigiosa Columbia University, al circo, tra i musicisti dixieland di New Orleans e ancora celebrità, come un giovane Montgomery Clift colto all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano.
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