Duccio Forzano, regista per vocazione

Misi l’occhio nell’obiettivo della telecamera e mi sentii risucchiato. Capii lì che la mia vita era cambiata” E’ il regista dell’ultimo trionfale Festival di Sanremo targato Antonella Clerici; tutti i fine settimana decide come raccontare per immagini le interviste di Fabio Fazio e le movenze di Luciana Littizzetto a Che Tempo che fa; ha diretto le quattro edizioni dello show di Fiorello in prima serata su Raiuno Stasera Pago io. Nel panorama televisivo italiano la firma di Duccio Forzano rappresenta uno stile: un modo di raccontare, originale, intuitivo, sempre fortemente personalizzato ma funzionale all’evento che si trova a dirigere. Duccio oggi è uno dei più talentuosi registi italiani: la stessa Clerici l’ha voluto a Sanremo per un motivo semplice “perché è bravo, perché mi piace come racconta le immagini, perché mi sento sicura nelle sue mani”. Dietro questi successi, si aggiungono le regie di Verissimo, Scherzi a parte, gli show di successo per Raiuno di Gianni Morandi, di Giorgio Panariello e di Vincenzo Salemme, senza dimenticare il fondamentale sodalizio con Claudio Baglioni di cui ha realizzato videoclip ma soprattutto di cui cura la direzione artistica dei concerti e dei dvd.

DT: Ma come si arriva a tutto ciò? Da dove nasce la passione per la regia?

D.F: In realtà la mia passione è sempre stata l’immagine, non ho mai pensato “Da grande voglio fare il regista”, già da bambino però mi piaceva scattare fotografie: facevo impazzire mia madre, ricordo che con i miei fratelli in un parco di Savona continuavo a scattarne, quasi come volessi creare un piccolo fotoromanzo. Ho sempre sentito di avere molti stimoli legati all’immagine e al suo racconto, ma non riuscivo a capire come canalizzarli e in quale direzione andare”.

EB: Quando ha capito come canalizzarli?

D.F: Molto più tardi anche perché a quindici anni ero convinto di voler diventare una rock star: capii ben presto però che quella non era la mia strada. Accantonai le velleità musicali, pur sempre sentendo quella spinta creativa che non trovava forma, e a ventisei anni mi sposai per la prima volta e a trenta avevo una vita tranquilla: facevo il rappresentante.

DT: E da marito e rappresentante, immagino con una vita ordinaria, come è arrivato alla tv, o meglio cosa è accaduto?

DF: E’ accaduto che un amico, era l’87, acquistò una telecamera e me la mostrò. Io nel momento stesso in cui la impugnai e misi l’occhio nel loop sentii che la mia vita era cambiata: mi sono letteralmente sentito risucchiato da quell’obiettivo. Poco dopo ne comprai una anch’io e incominciai, senza alcuna conoscenza tecnica specifica, ad utilizzarla. Giravo sempre con la telecamera: incominciai a fare le riprese dei matrimoni, anche gratis, pur di imparare ad usarla. Arrivai ad un punto in cui capii che la mia vita da rappresentante era finita. E finì anche il mio matrimonio. Diciamo che lasciai il certo per l’incerto, ma sentivo che non potevo non farlo.

DT: Cosa fece allora? Si iscrisse a dei corsi? Iniziò a lavorare?

D.F: Andai a Genova e iniziai a lavorare per un service televisivo dove all’inizio, essendo l’ultimo arrivato e per di più senza esperienza, mi misero a fare un po’ di tutto. Poi imparai a montare fino a che potei fare l’operatore e in sei mesi diventai il primo operatore. Lessi un annuncio di lavoro su un giornale di un’azienda toscana di videoclip e non ci pensai due volte: mi precipitai al provino. Rocambolesco da un certo punto di vista perché mi aspettavo un provino da operatore e invece me lo fecero fare di montaggio: riuscii comunque a superarlo e proprio in quel contesto imparai la tecnica e incominciai a creare i miei primi video. Arrivò la richiesta di realizzare un videoclip “Amore dannato”: la richiedente era l’allora moglie di Claudio Baglioni, Paola.

DT: Quel videoclip è stato il videoclip della svolta per la sua carriera e per i suoi sogni?

D.F: Non subito, ma poi lo divenne perché circa due anni dopo, era la fine del ’95 Claudio Baglioni, per il suo video “Bolero” volle incontrarmi, perché voleva un regista non famoso, non conosciuto.

DT: E lei come si sentì? Come venne avvisato? Sarà stata una sorpresa incredibile?

D.F: Mi telefonò un uomo della Sony Enterteinment per dirmi – testuali parole – “Claudio Baglioni la vuole incontrare per parlare delle riprese del video “Bolero”, la pagheremmo 17 milioni”. Io all’inizio riattaccai, convinto fosse uno scherzo, poi quando realizzai che era tutto vero pensai “ma io per quella cifra vi faccio Ben Hur”. Consideri che io in quegli anni ho fatto un po’ di tutto per arrivare alla fine del mese: dal fare le riprese per il Tg,al il cameriere, ho anche pulito i camini per un’azienda di Perugia.

DT: Come andò? Quale fu la reazione di Baglioni quando vide il videoclip di Bolero?

D.F: Lavorai con entusiasmo, cercando di rappresentare nel video il sogno dei ballerini di poter danzare con Claudio. Quando presentai il lavoro a Baglioni, ricordo che lui stava in silenzio e lo guardava battendo il tempo con le mani. Alla fine mi disse “Bellissimo lavoro. Sono soddisfatto”. La cosa incredibile è che poi mi volle anche per la regia del suo tour.

DT: Il suo sogno non solo si stava compiendo ma probabilmente stava diventando anche più grande di quanto mai avrebbe potuto immaginare?

D.F: Assolutamente sì, anche perché io in una cabina di regia non c’ero mai entrato. Capii però che era un’occasione troppo grande per lasciarmela scappare: feci un progetto per la ripresa del tour che aveva il palco a terra, individuai dieci punti di ripresa, affittai un pullman regia e registrammo per tre giorni. La prima sera fu un vero disastro, ma passai la notte a studiare come dirigere le telecamere, come sfruttare ogni singola immagine. Il risultato finale diede grandi soddisfazioni a tutti. Me per primo a me che stavo facendo quello che avevo sempre infondo desiderato: raccontare per immagini.

DT: Il passaggio alla televisione come è avvenuto?

D.F: Lo devo sempre a Baglioni che mi volle per dirigere uno speciale dedicato al suo tour per Mediaset: fui guardato con un certo sospetto, io infondo non ero nessuno nell’ambiente. Mi feci però strada, lavorando sempre con umiltà e tanta passione e l’anno successivo mi affidarono la regia esterna di Verissimo, quello successivo ne firmavo la regia dello studio. Nel ‘98 Carlo Freccero, allora direttore di Raidue mi chiamò per dirigere le riprese del concerto di Baglioni dallo Stadio Olimpico: 17 telecamere e adrenalina allo stato puro.

DT: Quanto conta l’adrenalina nel suo lavoro?

D.F: L’adrenalina è fondamentale: non esiste nulla di più forte. A Sanremo, ad esempio, quando sentivo lo stacco musicale dell’Eurovisione provavo delle emozioni incredibili. La diretta non ti concede errore e al tempo stesso ti carica tantissimo.

DT: Lei ha lavorato con i più grandi personaggi televisivi, ma soffermandoci su tre artisti in particolare: Fiorello, Fabio Fazio e Antonella Clerici, cosa hanno rappresentato per lei e come è stato “dirigerli”?

D.F: Fiorello rappresenta l’imprevedibilità all’ennesima potenza, ti scappa da sotto il naso; bisogna essere sempre pronti e bravi ad improvvisare. A Fabio Fazio devo molto perché mi ha dato la possibilità di imparare a raccontare le parole: l’intervista impone di saper prevedere e anticipare le domande, le smorfie, i gesti dell’intervistato o di Fabio. Poi ho potuto lavorare tantissimo sulla scenografia, per me fondamentale per il racconto: io sono convinto che si debba essere belli in tv perché “se sei bello ti guardano”. Antonella Clerici è un talento televisivo: lei ha come un sesto senso, sa di potersi completamente fidare di me, si lascia guidare. Così ha fatto a Sanremo: e credo proprio di non averla “tradita”.

DT.: E’ soddisfatto del “suo” Sanremo?

D.F: Sì, credo di aver raccontato le canzoni senza invadenza, il mio lavoro dev’essere al servizio di ciò che viene raccontato e non il contrario. Sono molto soddisfatto di come sono andate le cose anche se, io credo che Sanremo sia un po’ come la finale dei mondiali: in campo dovrebbe scendere la Nazionale. Non sempre è stato così. Però alla fine sono soddisfatto. Come potrei non esserlo visto anche gli ascolti e gli apprezzamenti?

DT: Lei mi dà l’idea di essere un iperperfezionista…

D.F: In regia “io guido la barca”: non ci si può permettere il minimo errore, e comunque vada, bisogna sempre andare avanti. Come nella vita: non accontentarsi e cercare sempre di migliorare, sempre però con umiltà.

(Erika Brenna)

© Riproduzione riservata

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