Un ciclo di rassegne in cinque anni per raccontare “I giorni di Roma”, ovvero la parabola di un popolo di pastori che conquistò il mondo e sconfisse il tempo. Ma dal mondo, Roma si lasciò anche conquistare, così come efficacemente racconta la mostra “L’Età della conquista”allestita fino al 5 settembre ai Musei Capitolini. Il primo capitolo del progetto quinquennale è dunque dedicato all’arte greca e al fascino irresistibile che questa cultura mediterranea esercitò sui suoi conquistatori attraverso l’arte, la filosofia, la letteratura.
Ma anche i romani di oggi rimangono ammaliati dagli imponenti marmi, dai raffinatissimi bronzi, delle variopinte terracotte e poi dagli interi cicli scultorei e dai lussuosi elementi di arredo che raccontano un’epoca che fu di profondi cambiamenti nel gusto estetico.
“L’Età della conquista” parte dai primi momenti dell’Impero romano, ovvero i decenni che intercorrono tra la fine del III sec a.C. e la metà del I sec a..C., quando Roma espande progressivamente il proprio controllo su tutto il bacino del Mediterraneo. In quel periodo arrivano a Roma, al seguito dei condottieri, un gran numero di artigiani greci, architetti, precettori, medici e artisti. La conqusta culturale della Grecia su Roma comincia, ma il messaggio non cade nel vuoto, anzi viene esportato: “Roma ha reso universale il linguaggio e l’arte greca” afferma Eugenio La Rocca, curatore della mostra assieme a Claudio Parisi Presicce.
E così all’interno del percorso espositivo, ecco il confronto tra opere eseguite in Grecia e opere di grandi artisti eseguite a Roma, come ad esempio le statue erette per celebrare le grandi vittorie dei vari generali. Nella seconda sezione, dedicata ai “Monumenti onorari”, si può vedere invece, come accanto alle pose dei vincitori in abiti militari di diffondo soluzioni figurative nuove e la nudità dei corpi. Anche la vita quotidiana dei romani subirà analoghe trasformazioni, come evidenzia la sezione “Vivere alla greca” dove il gusto greco emerge da una miriade di oggetti di eccellente manifattura. Candelieri, tavoli, vasellame prezioso e statue provenienti dal Museo di Palestrina, dalla casa di Giulio Polibio a Pompei, dal Museo Archeologico di Napoli. Infine una quarta sezione riservata ai “Costumi funerari”, in questo ambito i romani rimasero legati alla propria tradizione preferando farsi seppellire con la toga, simbolo stesso della loro appartenenza. Restituire all’immaginario collettivo l’idea di una Roma “altra” rispetto a quella arrogante e guerresca tramandata da troppi cattivi film, è lo scopo di questa mostra che si propone di attirare anche un pubblico poco abituato all’arte antica. E infatti, la semplicità delle didascalie rende accessibile il percorso anche ai portatori di limiti storici.
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