“Da Corot a Monet. La sinfonia della natura” è il titolo dell’esposizione ospitata fino al 29 giugno 2010 presso il Complesso del Vittoriano di Roma. Attraverso 170 opere tra dipinti, disegni e scatti d’epoca, si presenta una viaggio nella rappresentazione della natura nella pittura francese dell’Ottocento.
Si parte dalle prime innovazioni ai canoni classici apportate dai pittori della Scuola di Barbizon, si esplora la rivoluzione degli Impressionisti si approda al trionfo cromatico delle Ninfee di Monet. Grazie al contributo di prestigiosi musei di tutto il mondo, insieme ad importanti gallerie e collezioni private, il curatore Stephen F. Eisenman, ordinario di Storia dell’Arte alla Northwestern University di Chicago, è riuscito a riunire diversi capolavori e soprattutto, a portare alla luce un’evidenza forse poco considerata. Ovvero, l’approccio degli Impressionisti con l’ambiente circostante non è frutto di una ricerca stilistica pura e semplice, ma piuttosto nasce dalla volontà di rappresentare una realtà che è frutto dell’equilibrio e della commistione indissolubile tra tutte le parti del mondo. E dipingendo contestualmente al paesaggio naturale i manufatti umani i pittori impressionisti rappresentarono “l’economia della natura”, ovvero interpretarono la terra come un insieme di sistemi umani e naturali collegati tra loro, con tutte le parti ugualmente vitali e reciprocamente vincolate. Un concetto, questo, molto moderno e che potremmo definire “ambientalista”.
Per raccontare questa magnifica esperienza culturale il percorso attraversa le eleganti e classicheggianti vedute di Henri-Joseph Harpignies; approda alla scuola di Barbizon ed a quel gruppo che nella foresta di Fontainebleau introdusse la pittura el plein air (Corot, Rousseau, Díaz de la Peña, Dupré, Daubigny), immergendosi completamente nella natura e nella sua luce. E poi gli Impressionisti, discendenti diretti della scuola di Barbizon con opere di Courbet, Boudin, Cazin, Renoir, Sisley e Claude Monet.
E se degli impressionisti è stato detto tutto che poco ormai resta da dire, è pur vero che una mostra così è tutta da vedere.
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