8 marzo. Le antipatiche

Dal vocabolario Treccani. “Antipatìa: sostantivo femminile [dal latino antipathīa, greco ἀντιπάϑεια, termine composto da ἀντί «contro» e πάϑος «passione»]. – Sentimento di repulsione o avversione [...]

Dal vocabolario Treccani. “Antipatìa: sostantivo femminile [dal latino antipathīa, greco ἀντιπάϑεια, termine composto da ἀντί «contro» e πάϑος «passione»]. – Sentimento di repulsione o avversione istintiva verso persone o cose”. Dunque: l’antipatia è femmina (ed è un fenomeno istintivo).

Considerando che domani è l’8 marzo e che l’aria è già troppo pregna dei pollini di mimosa, guardiamo un po’ più da vicino questo aspetto forse poco considerato dell’altra metà dell’universo. Già, perché il fatto che il sostantivo sia di genere femminile, non sembra essere un incidente solo grammaticale. In questa era di maschi piacioni, di barzellettieri,  e di simpaticoni ad ogni costo sembra infatti che gli ultimi margini di antipatia siano rimasti appannaggio del cromosoma xx.

Anna Wintour

Ovvio che sia tutta una questione di apparenze, perché a meno che non ci si chiami Mourinho e non si alleni l’Inter, l’ostentazione delle proprie asperità caratteriali è ritenuto dall’uomo contemporaneo sconventiente. Quantomeno è un atteggiamento poco produttivo (a meno che non ci si chiami Vittorio Sgarbi) e da provare a mascherare ad ogni costo, così come una consistente fetta della classe politica insegna. Di contro un’affermazione che tenteremo di dipanare: perchè le donne non si adeguano alla dilagante “simpaticoneria” maschile?  La risposta più immediata non può essere che una e ci riporta alle origini del termine: l’antipatia, e dunque anche il suo contrario, sono fenomeni istintivi. Indossare secondo le proprie convenienze l’una o l’altra maschera può dare luogo a esiti socialmente catastrofici, soprattutto se si è donna e se dunque si  è portatrici d’incrostati giudizi su falsità e inganno. Ormai lo hanno mandato a memoria anche le aspiranti miss: “Io sono me stessa, voglio essere solo me stessa”, recita una delle loro litanie preferite. E se sia meglio così è un altro discorso.

E’ pur vero che esistono fenomeni d’antipatia tali che l’uso di una maschera di gradevolezza renderebbe i soggetti in questione solo più accettabili, una sorta di lifting sociale dal sapore “falso e cortese”. Ma qui ci sarebbe da decidere se sdoganare o meno un po’ di vecchia e sana ipocrisia.

Eppure c’è chi si ostina a dire “No”, come la portabandiera delle olimpioniche dell’arroganza, ovvero Anna Wintour, direttrice di Vogue America la cui antipatia tocca le vette del sublime ed è rinomata a livello galattico.

Naomi Campbell (di cera)

Non citamo per brevità le storie vere o presunte tali che circolano sul suo conto, ma per approfondire basta consultare Wikipedia e osservare che l’estensore della sua biografia è stato costretto a dedicare un paragrafo intero alle poco piacevoli “manie” della potentissima signora della moda. E se è vero che c’è chi sembra fare proprio di tutto per offrirsi al peggio di sé, è pacifico che esistano, per così dire, fattori scatenanti.

Mediamente il successo non si perdona, nemmeno il potere e la ricchezza. Della bellezza poi non ne parliamo e neppure del talento. E se per caso due o più di questi fattori coincidono, pretendere che la fortunata sia anche simpatica sembra davvero troppo.

Certo, in questa schiera non mancano le indifendibili. Donne la cui antipatia è ormai leggenda. Un nome? Naomi Campbell, protagonista proprio nei giorni scorsi dell’ennesima aggressione fisica ad un suo dipendente. Ma non da meno (in quanto ad antipatia non a forza fisica) è la signorina Paris Hilton, e poi Victoria Adams in Beckham, la cantante Rhianna e Madonna. Tutto vero? Vox populi.

Meno facile da affrontare – forse – il capitolo delle antipatiche di casa nostra, per ragioni di opportunità consideriamo solo la schiera delle donne di spettacolo, ma è chiaro che tra le signore del potere le esponenti della categoria non manchino. Se il pubblico facilmente concorda nell’affidare la propria simpatia a personaggi dall’apparente bonomia e di acclarata familiarità, vedi Antonella Clerici, si spacca davanti a donne che mostrano aspetti caratteriali più “forti”. C’è chi le ama e chi invece le manderebbe al patibolo dell’oblio.

Due nomi: Simona Ventura e Maria De Filippi. Hanno successo, ricchezza ed un certo potere, fanno di tutto per rendere evidente che, almeno nel loro giardino “chi comanda sono loro” e  seppur con cifre comunicative diverse hanno la capacità di richiamare attorno a sé folti pubblici. Chi non le ama sottolinea talvolta l’accentuato aspetto mascolino del loro carattere ma è anche pronto ad insinuare che sia stato quello più femminile a renderle vincenti. Se fossero più vallette e meno protagoniste conquisterebbero probabilmente anche l’altra parte del pubblico, ma sarebbero altre persone. Eppure non è solo la spigolosità a trionfare nella hit delle antipatiche. Personaggi “morbidi” destano le stesse divisioni. Una buona fama di antipatica, ad esempio, è riuscita a guadagnarsela la morbidissima Monica Bellucci.

Facile malignare che sia il pubblico femminile a detestarla e probabilmente è un dato incontestabile, ma i motivi non stanno

Monica Bellucci (di cera)

Monica Bellucci (di cera)

tanto nell’invidia che desta la sua bellezza, piuttosto nella maggiore lucidità con la quale il sesso femminile può guardare oltre il suo aspetto. Cos’è che non piace di lei? Il suo essere “diva”, cosa che si può perdonare solo a stelle ormai defunte (Marilyn, la Garbo, etc).

Sia chiaro che non sono solo le qualità a risvegliare l’antipatia, ancor di più è la loro assenza, abbinata magari a parentesi di notorietà, così come certi protagonisti di reality dimostrano palesemente. In definitiva, chi sono le antipatiche? Probabilmente sono persone – ma qui il discorso esula dalle celebrità ed entra nel quotidiano di ciascuno –  che per qualche motivo ci mettono a disagio. O peggio, nelle quali intravediamo i nostri stessi difetti. C’è di buono che spesso l’antipatia è un sentimento transitorio, può passare con un gesto e quando dura una vita, sfocia, il più delle volte, in nulla. Fortunatemente. Niente a che vedere con altre odiose espressioni umane dalle quali nascono discriminazioni e razzismi. E qui l’8 marzo, profumo di mimose a parte, ha ancora motivo di essere. (Antonella Durazzo)

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