“Egon Schiele e il suo tempo” da domani sino al 6 giugno al Palazzo Reale di Milano. Una mostra per raccontare la parabola brevissima del genio austriaco della pittura in un clima culturale, quello della Vienna dei primi ’900, che visse una stagione tragica e formidabile.
Il tempo è quello che precede la Prima Guerra Mondiale: nella capitale dell’Impero Austro- Ungarico le certezze si sgretolano dall’interno lasciando integra una rassicurante
facciata dove spicca la figura dell’ultimo imperatore, Francesco Giuseppe. E mentre ai margini della società si muove un giovanissimo Hitler, un certo Sigmund Freud lenisce le pene esistenziali; Schönberg riscrive la musica storpiando le note con le sue sinfonie dodecafoniche; letterati come Roth, Musil, Schnitzler, provano a tracciare una tormentata mappa del loro tempo mentre Gustav Klimt, ormai anziano, avviata la Secessione per rompere definitivamente con la trdizione accademica lascia idealmente il testimone ad un genio ribelle: Egon Schiele. Passerà come una cometa, ma lascerà segni indelebili. Siamo nel 1918, le macerie della Guerra sono ancora fumanti; Klimt muore e Schiele ha solo 28 anni; è già un pittore celebrato ha appena avuto l’ennesima consacrazione alla quarantanovesima mostra della Secessione Viennese che un attacco di Spagnola se lo porta via, assieme a milioni di persone in tutto il continente.
Realizzata con la collaborazione del Leopold Museum che custodisce le maggiori opere di Schiele e curata e curata da Rudolf Leopold e Franz Smola, la mostra prova tracciare un affresco della Vienna dei primi decenni del XX secolo attraverso 40 opere di Schiele e altrettanti capolavori di suoi contemporanei, quali Klimt, Kokoschka, Gerstl, Moser. Ad affiancare il tutto, una serie di ricostruzioni fotografiche dedicate a illustrare il clima del tempo. Un breve ma intenso periodo, in cui Vienna, da centro della cultura mitteleuropea, diventa teatro di rovina della vecchia Europa.
Viaggiando tra Secessione ed Espressionismo, la mostra di Palazzo Reale è intanto un percorso nelle opere di Schiele, nei suoi paesaggi enigmatici, nei laceranti ritratti, nell’erotismo che premea i ritratti femminili. Grandi e celebrate opere, come la Donna inginocchiata con abito rosso-arancione (1910), La danzatrice Moa (1911), Autoritratto con alchechengi (1912), Case con biancheria colorata (periferia (1914), Donna accovacciata con foulard verde (1914), Donna distesa (1917). E poi altri capolavori dell’Espressionismo austriaco come Autoritratto con busto nudo su fondo blu (1904-1905) di Richard Gerstl, Venere nella grotta (1914) di Kolo Moser, Autoritratto con mano sul viso (1918-1919) di Oskar Kokoschka, per la prima volta sono riuniti in un progetto unico.
Una biografia personale travagliata, una personalità che oggi
definiremo borderline ed un clima storico di fermenti ed incertezze sono la materia con la quale si costruisce l’arte di Schiele.
Egon Schiele nasce nel 1890 a Tulln, paese non lontano da Vienna. Nel 1905 il padre, reso “matto” dalla sifilide, muore. Una tragedia che segnerà per sempre la già fragile sensibilità del pittore. Le sue angosce, il conflitto tra amore e morte, l’ossessione per il sesso femminile (trascorrerà anche un periodo in carcere con un’accusa di violenza su minori mai provata) finiranno riversate nelle sue opere. Racconto di un’irrequietezza che non troverà mai pace.
La ricerca di un tratto più libero e sciolto (che diventa segno tormentato in Schiele e Kokoschka) è ciò che accomuna sotto la stessa etichetta i giovani artisti austriaci del tempo. Appresa la lezione di Klimt, in loro c’è il rifiuto della tradizione, l’uso di un segno primitivo ed elementare, l’impiego antinaturalistico del colore, la tendenza alla deformazione e alla riduzione – talvolta – delle forme a pure sagome. Dal punto di vista più concettuale, l’attenzione degli espressionisti per l’auto-rappresentazione, per i soggetti tratti dalla vita privata e per le vicende autobiografiche, deriva da un forte individualismo, dalla perdita del senso d’appartenenza a una collettività e persino a un movimento artistico. Schiele, come Kokoschka e Gerstl, spettacolarizza la fisicità dei corpi; ma il corpo non è altro che il tramite verso l’interiorità dei personaggi rappresentati. Quindi, non è il dato oggettivo ciò su indagano, ma l’introspezione dell’Io, il peso psicologico delle espressioni e dei gesti.
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