I Guggenheim, un cognome un’evocazione: il ‘900 e la sua arte; epoca più astratta dell’umanità se si esclude – forse- la preistoria. I cento anni anni delle avanguardie, i dieci decenni della pittura non oggettiva, tempo che pare plasmato sulle inclinazioni di coloro che queste rivoluzioni del modo di rappresentare il mondo hanno abbracciato e sostenuto sino all’ultimo dei loro giorni: Solomon Guggenheim e la nipote Peggy.
In questo 2010 i loro nomi risuoneranno spesso, anzi già sono celebrati. Restando in Italia, a Vercelli è stata appena inaugurata la grande mostra che mette a colloquio “pezzi” delle collezioni di zio
e nipote Guggenheim (“Peggy e Solomon R. Guggenheim: le avanguardie dell’astrazione” allestita fino al 30 maggio), mentre a Venezia è in programma un buon cartellone di eventi e mostre per celebrare i 30 anni della Collezione di Peggy sul Canal Grande. Ma è a New York che lo spirito intellettualmente avventuroso del più importante collezionista del secolo passato ritrova uno sguardo in avanti piuttosto che una pura e semplice celebrazione di ciò che fu. Da qualche giorno al Solomon R. Guggenheim Museum – opera d’arte progettata da Frank Lloyd Wright per contenere altre opere d’arte – duecento tra artisti, designer e architetti internazionali rendono omaggio al 50mo anniversario del Museo con una mostra che celebra, udite udite, il vuoto. Titolo “Contemplating the Void: Interventions in the Guggenheim Museum“.
Opere provocanti e fantasiose, giocose o sensuali e spesso miste a serie affermazioni politiche e sociali, avvolgono fino al 28 aprile gli spazi di quel cilindro centrale di trenta metri che rappresenta il simbolo stesso del museo. Essenziale la spiegazione di Nancy Spector, vice-direttore e curatrice del museo. “Gli artisti hanno utilizzato lo spazio chi in un modo, chi in un altro. […] E’ stato chiesto loro di creare, costruire e progettare qualcosa per riempire il vuoto[…] utilizzando il museo come un’armatura”. Il risultato è un mix di progetti, installazioni e creazioni multimediali provenienti da tutti i Continenti.
D’obbligo fare un passo indietro. Fin dalla sua apertura, nel 1959, il museo
di Frank Lloyd Wright è stato, grazie alle sue invenzioni, fonte d’ispirazione per artisti e architetti. La struttura, che vede il suo cuore in un ampio cilindro vuoto, ha suggerito ad architetti ed artisti una sorta di sfida.
Aristotele afferma che la natura aborrisce il vuoto, un’idea questa, che ancora risuona nell’arte di oggi. Nel progettare il Guggenheim Museum, Wright ostentò, invece, il concetto del vuoto, lasciando al centro della struttura lo spazio libero: allettante per alcuni, minaccioso per altri.
Nel tempo, installazioni o allestimenti curati da artisti e architetti hanno permeato quello spazio con le loro presenze, ispirando opere indimenticabili di Matthew Barney, Cai Guo – Qiang, Frank Gehry, Jenny Holzer, e Nam June Paik, tra gli altri.
Per il 50 ° anniversario, il Guggenheim ha invitato decine di artisti, architetti e progettisti a lasciare i concetti di praticità e/o di realtà per avanzare le loro proposte sulla contemplazione dello spazio. In questa mostra di progetti ideali, emergono alcuni temi in particolare; come il ritorno alla natura nel suo stato primordiale,
il desiderio di ascesa, l’interazione della luce e dello spazio, l’interesse per
gli effetti diafani come contrappunto alla struttura in calcestruzzo, e ancora, l’impatto del suono sull’ambiente. Concepito sia come commemorazione, sia come “un’auto-riflessiva follia”, la mostra conferma in definitiva come l’architettura del Guggenheim possa avere un reale effetto catalitico sulla creatività.
I contributi sono pervenuti da tutto il mondo da una vasta gamma di artisti, designer e architetti, tra emergenti e professionisti di consolidata fama. Fra i tanti
i progetti di artisti Alice Aycock, FAKE DESIGN (Ai Weiwei),
Anish Kapoor, Sarah Morris, Wangechi Mutu, Mike Nelson, Paul Pfeiffer, Doris Salcedo,
Lawrence Weiner, e Rachel Whiteread, designer come Fernando e Humberto
Campana, Martí Guixé, Studio e Studio Job e architetti come
Alvaro Siza Vieira, BIG (Bjarke Ingels Group), Greg Lynn
FORM,
junya.ishigami + Associates, MVRDV, N55, Philippe Rahm, Snøhetta, Studio Daniel
Libeskind, Toyo Ito & Associates, Architects e West 8.
“Contemplating the Void: Interventions in the Guggenheim Museum“, ha anche lo scopo di raccogliere fondi per il museo. Con questo obiettivo, il 4 marzo il 95 per cento delle opere in mostra sarà messo in vendita nel corso di un’asta “raggiungibile anche on line (per info: guggenheim.org/new-york/196-membership/3225-contemplating-the-void-auction-preview).

Acconci Studio (Vito Acconci), Brooklyn, New York SPIDERMUSE(UM)…WRIGHT-O-WEB…SPINNING GUGGY…, 2009 Artwork © Acconci Studio

Julien De Smedt Architects (JDS), Brussels Experiencing the Void, 2009 Artwork © Julien De Smedt Architects (JDS)
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