Nel gioco tutto al rialzo delle grandi mostre, Milano punta in questi primi mesi dell’anno su un’icona della Pop Art: Roy Lichtenstein, probabilemente l’artista che assieme a Warhol incarna meglio nell’immaginario collettivo i motivi e i disinganni della intera generazione pop.
Lunedì è attesa la presentazione ufficiale della mostra “Roy Lichtenstein Meditazioni sull’Arte” (il che c’impone di ritornare sull’argomento), in allestimento alla Triennale dal 26 gennaio al 30 maggio. La mostra successivamente andrà al Ludwig Museum di Colonia per rimanervi sino al 30 ottobre.
Realizzata con la Roy Lichtenstein Foundation, l’esposizione propone un centinaio di opere, tra grandi dipinti, disegni, collage e sculture in arrivo da alcune prestigiose collezioni pubbliche: il Ludwig Museum di Colonia; il Ludwig Forum di Aachen; il Louisiana Museum di Copenhagen; il Whitney and Guggenheim Museum di New York; il Moderner Kunst Museum di Vienna; la Broad Art Foundation di Los Angeles.
Gianni Mercurio, lo stesso curatore che ha allestito per la Tirennale le antologiche di Andy Warhol, Keith Haring e Jean Michel Basquiat; ha messo insieme, ed è la prima volta che accade, una raccolta di opere che esplorano in maniera coerente e completa , l’intera carriera del pittore che ha scritto una pagina importante dell’arte del XX secolo. Il percorso parte dunque con alcune opere poco note degli anni ’50 per approdare all’età eroica della Pop Art, quando Lichtenstein matura il suo linguaggio e comincia a rielaborare di artisti di un passato più o meno lontano. Picasso, Matisse, Monet, Cézanne, Léger, Marc, Mondrian, Dalí, Carrà, riversati in una produzione serializzata, un modo – tipico della Pop Art – di trasferire e ridurre l’incomparabile campo della pittura ad un commerciabile “oggetto stampato”.
Ma chi era, in realtà, questo artista così semplicemente riconoscibile? “Il padrone dello stereoripo e il più sofisticato dei maggiori artisti pop”, sintetizza felicemente lo storico dell’arte Edward Lucie-Smith ne “Lives of the Great 20th-Century Artists” Sottolinenando come il lavoro per il quale Lichtenstein è ora conosciuto sia stato il prodotto di un lungo apprendistato.
Nato a New York nel 1923 da una famiglia borghese, pasciuto in un’infanzia che lui stesso definirà “monotona e tranquilla”, Lichtenstein comincia a dipingere per hobby durante l’adolescenza, poi, dopo il diploma ecco arrivare l’iscrizione alla scuola di Belle arti dell’Università di Stato dell’Ohio. La guerra arriva a interrompere la sua formazione artistica, che però riprende nel 1946, nel 1949 la sua prima mostra a Cleveland,
nel 1951 espone in una galleria di New York un’opera concepita assemblando oggetti ritrovati.
Quindi nel 1956 quella che è stata classificata come la sua prima opera Pop, il disegno di un dollaro, ma non avrà alcun seguito. Intanto sperimenta: astrazione geomatrica, cubismo mentre – siamo nel 1960 – arriva la nomina di assitente alla Rutgers University del New Jersey. New York diventa allora il fulcro della sua attività artistica, partecipa ad eventi, fa incontri intellettualemnte proficui che ravvivano il suo interesse per le immagini Pop. Poi una coincidenza fortunatissima, la sfida con uno dei suoi figli che, mostrandogli un volume di Topolino, afferma l’impossibilità a dipingere meglio di così. Siamo nel 1961, Roy Lichtenstein accetta quella provocazione giocosa e dà alla luce sei dipinti in formato “comic – strip”, nasce quello stile da fumetto che lo renderà inconfondibile.
Senza alcun preavviso, con i suoi quadri, l’artista approda nella galleria di Leo Castelli; viene accolto subito e preferito allo stesso Andy Warhol che aveva
Cominciato a intraprendere un lavoro analogo. La sua prima mostra da Castelli, nel 1962 è il trampolino che lancerà Lichtenstein tra le celebrità dell’arte.
Da quel momento il suo percorso è stato un susseguirsi di successi: nel 1966 espone alla Biennale di Venezia, nel 1969 allestisce una retrospettiva al Museo Guggenheim; nel 1970 è nominato memebro dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze.
“Lo sviluppo Lichtenstein come un pittore maturo – scrive Edward Lucie-Smith – è stato caratterizzato dalla sua propensione per la lavorazione in serie, o di gruppi tematici. Più tardi i gruppi tendono a diventare le interpretazioni e, in qualche misura parodie dei precedenti stili modernisti – Cubismo, il Futurismo e il Surrealismo. All’inizio degli anni 1980 Lichtenstein ha creato bozzetti scultorei costruiti a partire da forme piatte come imitazioni tridimensionali della grafica espressionista tedesca. Questi, come la sua serie di pennellate dipinte o scolpite degli anni 1980, pur creati con tanta fatica suggeriscono un’ironica spontaneità”. Alla fine degli anni 1980 ei primi anni 1990 è tornato al uso delle raffinate modalità espressive del suo stile precedente. Roy Lichtenstein è morto nel settembre 1997.
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