Sanremo History: 1975 – 1977. Il Festival è morto, viva il Festival

Il racconto a puntate del Festival di Sanremo curato da Francesco Ruga, s’addentra a questo punto lungo i tortuosi sentieri degli anni ’70. Alle rapide [...]

Il racconto a puntate del Festival di Sanremo curato da Francesco Ruga, s’addentra a questo punto lungo i tortuosi sentieri degli anni ’70. Alle rapide e talvolta violente trasformazioni sociali in atto in Italia il Festival non sembra sapersi adattare e risponde all’esigenza di cambiamento con goffi tentativi. Ma la storia  dice che sopravviverà.

1975: Un Festival snobbato

Scriveva Mike nel suo libro  La versione di Mike, uscito nel 2007: “Nel 1975 il Rischiatutto era ormai finito, ma la RAI ritenne di farmi presentare il Festival con Sabina Ciuffini. Eravamo una coppia molto affiatata e funzionammo alla grande, anche se quell’edizione ebbe i soliti problemi organizzativi e politici che la martoriarono. In quella circostanza l’organizzazione era stata rivendicata dal Comune, senza l’appoggio dei professionisti del mondo della musica e delle case discografiche. L’industria del disco in segno di protesta aveva dunque deciso di snobbare il Festival. Il risultato fu un’edizione con dei partecipanti quasi sconosciuti al grande pubblico”. In effetti, l’edizione del 1975 da esperti in materia quali Gianni Borgna Gigi Vesigna venne reputata come la peggiore. Problemi organizzativi incisero pesantemente sul Festival, affidato al Comune e, in particolare, all’assessore al Turismo, tale Napoleone Cavaliere. Il pugno di ferro di Napoleone, come qualcuno la definì, riuscì a guastare il prestigioso traguardo dei 25 anni del Festival, onorato per l’occasione con ospiti d’onore di tutto riguardo, come il presentatore storico Nunzio Filogamo e il maestro d’orchestra per eccellenza Cinico Angelini: le due colonne di Sanremo. Vincitrice risultò Gilda con Ragazza del sud; al secondo posto Angela Luce con Ipocrisia; terza Rosanna Fratello con Va speranza va.

L’edizione del 25° fu definita il Festival degli sconosciuti dato che la maggior parte dei trenta cantanti in gara era ignota al grande pubblico; anche la Rai contribuì a ridimensionare Sanremo, trasmettendo unicamente la serata finale ma interrompendola prima della proclamazione del vincitore. Di quel Festival si scrisse di tutto e di peggio, come ad esempio TV Sorrisi e Canzoni che così registrava: L’industria del disco segue l’onda e ritiene superato il Festival. Anche la TV segue l’onda e improvvisamente si vergogna di assecondare l’animo canterino degli italiani. E Stefania Miretti, in una retrospettiva sul Festival,  aggiunge: Scandalosa viene giudicata la vittoria, nel ‘75, di una sconosciuta cantautrice di nome Gilda. Siccome la canzone non pare granché e la voce nemmeno, i più insinuano che Gilda debba la sua fortuna al fatto di aver simpatizzato con l’assessore al Turismo Napoleone Cavaliere, vero padrone del Festival.

Sia come sia, certamente quelli non furono i migliori anni della gara canora, che, d’altronde, viveva le stesse incertezze e congiunture di un’Italia spaesata e in cerca di un’identità. L’attenta analisi di Filippo Ceccarelli evidenzia le contraddizioni di allora: Si registrano sempre meno matrimoni; si reclama il diritto di aborto (copertina dell’Espresso con una donna incinta crocifissa); quello che un tempo era sacro appare intrecciato a un mondo più che profano, legato al consumo. “Chi mi ama mi segua” è lo slogan che si legge sul manifesto di alcuni jeans chiamati Jesus. L’immagine è quella di un sedere femminile coperto di pantaloni assai ridotti e strettissimi. E’ un cambiamento radicale e al tempo stesso un salto nel vuoto dei valori di cui sfugge la drammatica dimensione.

Nell’Europa ancora nettamente divisa nei due modelli politici: quello del capitalismo occidentale e del comunismo a est, da segnalare nella triste storia del muro di Berlino l’ulteriore rafforzamento della struttura. Una prigione hight tech (per dirla con una definizione de La Stampa del 6 novembre 2009) dell’altezza di 3,6 metri composto di 45mila sezioni. La prima pietra di quel simbolo della vergogna venne posta il 13 agosto 1961; finalmente il 9 novembre 1989 un fiume di persone lo smantellò. Era l’inizio di un’epoca nuova. Ma,  tornando al 1975, in Italia in azione le Brigate Rosse: a febbraio un commando brigatista guidato da Mara Cagol liberò Renato Curcio, detenuto a Casale Monferrato. In giugno, in uno scontro con i Carabinieri moriva Margherita Cagol, moglie di Curcio. A marzo venne approvata la legge che concedeva la maggiore età ai diciottenni. A novembre, a Ostia, in tragiche circostanze moriva Pier Paolo Pasolini. Dicembre: Nobel per la letteratura per il poeta Eugenio Montale. In Gran Bretagna  Margaret Tatcher veniva designata leader dei conservatori. A marzo, moriva a Parigi l’armatore greco Onassis.  Ad aprile, mancava Chiang Kai-Schek, discusso presidente della Cina nazionalista (isola di Formosa). Sempre in aprile, scoppiava in Libano una sanguinosa guerra tra cristiani e musulmani: era il tramonto della Svizzera d’Oriente. A Saigon entravano le truppe comuniste e il governo del Vietnam del Sud si arrendeva ai Vietcong. Fuga precipitosa dei funzionari Usa. Un elicottero che si posava sul tetto dell’ambasciata americana per prelevare gli ultimi diplomatici fu l’immagine simbolo di quella sconfitta. Agosto: scompariva a 83 anni Hailé Selassié, ex imperatore d’Etiopia, deposto l’anno precedente. In Spagna finiva la dittatura franchista con la morte del caudillo Francisco Franco. Il 1975 segnò la cessata produzione della mitica Fiat 500. La crisi europea del mercato dell’auto si fece sentire pure in Italia;  1051000 le immatricolazioni di quell’anno: il 18% in meno rispetto al ’74.

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