Siamo a cavallo di due secoli, il XVI ed il XVII e per gran parte del popolo occidentale, la Cina è come una terra mitica, un luogo di fantasia: lontanissimo, irraggiungibile, immenso, lontano geograficamente e soprattutto culturalmente. Della terra della seta si sapeva poco o nulla, ma era certo che fosse una terra senza Dio. Per il Vaticano era dunque una terra da evangelizzare.
In Cina, intanto, la dinastia dei Ming era ia suoi sgoccioli, il Paese era alle prese con una devastante guerra contro il Giappone e mal tollerava presenze staniere. Viveva in una sorta di autosufficienza culturale.
Poi arrivò da Macerata un gesuita, padre Matteo Ricci e da quel momento Cina e Occidente ripresero a parlare, non senza fatica. Forse s’incontravano per la prima volta poiché, al contrario di quanto era avvenuto nei secoli precedenti coi viaggi commerciali-diplomatici di Marco Polo, il rendez vous avvenne su basi esclusivamente culturali. E così, quando il prete esalò l’ultimo respiro, nel 1610 gli fu concesso l’onore di una sepoltura in loco, nessuno straniero prima di lui era stato seppellito nel suolo del grande Paese. Fu l’ultimo atto di un romanzo durato oltre 30 anni e di un dialogo portato avanti con la forza della filosofia greca e del Vangelo, della geometria euclidea, dell’architettura, della geografia e di una lunga serie di innovazioni tecnologiche e di pensieri “occidentali” che il prete riuscì a seminare alla corte dei Ming.
La sintesi di una storia lunga e ricca di complessità, è che ancora oggi Matteo Ricci è un personaggio storico ben noto in Cina, non così in Italia. E nel quattrocentesimo anniversario della scomparsa, padre Matteo Ricci torna a dialogare coi cinesi con una mostra promossa dalla regione Marche che si dipanerà tra Pechino, Shanghai, e Nanchino a aprtire dal prossimo 6 febbraio.
La mostra “Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming”,
per la prima volta in Cina, ricostruisce gli eventi e ripercorre le orme del gesuita marchigiano, visto come un “eroe della storia culturale del mondo”. Curata da Filippo Mignini, direttore dell’Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l’Oriente la rassegna presenta una selezione di 200 opere, provenienti dalle maggiori Istituzioni museali italiane e cinesi, tra cui capolavori del Rinascimento italiano (Raffaello, Tiziano, Lotto, Barocci) che saranno per la prima volta esposti in Cina accanto a preziosi documenti dell’arte e della cultura dell’impero dei Ming.
“Nel momento di massima apertura della Cina sul mondo, la mostra si propone quindi di narrare la grande impresa congiunta di quegli intellettuali europei e cinesi che, all’inizio dell’età moderna, posero le basi di questa apertura, nel duplice segno della conoscenza e dell’amicizia. I due mondi fino ad allora reciprocamente ignari l’uno dell’altro vennero da Ricci messi in contatto e nelle sue opere si riconobbero come le due metà di un intero. L’importanza di questo scambio e la grandezza dell’uomo che ne fu all’origine furono espresse dai cinesi, che pur nutrivano grande diffidenza nei confronti degli stranieri, nel titolo assolutamente inusitato di Xitai, “il maestro dell’estremo Occidente”, conferito a Padre Matteo Ricci”.
La prima parte della rassegna ricostruisce quindi il tessuto culturale e artistico dell’Occidente da cui muove Ricci; in mostra, per la prima volta in Cina, dipinti di alcuni fra i maggiori
artisti italiani del tempo, documenti e strumenti scientifici, libri e manoscritti, rilegature artistiche, incisioni su rame e modelli in scala della Roma antica e rinascimentale, strumenti musicali, macchine leonardesche e dispositivi meccanici, congegni per la misura del tempo e dello spazio, nonché pezzi di arredamento tardo rinascimentali e i famosi arazzi su cartone di Raffaello, attualmente conservati presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, a ricostruire l’ambientazione tipica dei palazzi italiani di fine ‘500.
La seconda parte della mostra illustra il mondo che Matteo Ricci trova in Cina al suo arrivo e ricostruisce, attraverso documenti originali e oggetti d’epoca cinesi, il “viaggio”, ossia l’esperienza di incontro, dialogo e comunicazione compiuta da Ricci e dai suoi interlocutori cinesi da Macao (primo approdo) a Pechino, dove è tuttora conservata la tomba del grande pioniere. Le opere cinesi esposte evocano gli aspetti fondamentali della civiltà cinese con i quali Ricci si è misurato, la lingua e la scrittura, la produzione libraria, le tre grandi religioni (confucianesimo, buddismo e taoismo), le opere prodotte da Ricci e dai suoi amici in Cina, libri, carte geografiche, strumenti scientifici.
Per avvicinarsi alla figura del geuita non è necessario arrivare in Cina; fino al 24 gennaio una mostra su padre Matteo Ricci, allestita a cura dello scenografo Pier Luigi Pizzi nella sale espositive del Braccio di Carlo Magno, al Vaticano. Anche questa rientra nel programma delle celebrazioni ricciane.
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