E’ di prossima uscita (il 13 gennaio) “La vocazione” di Cesare de Marchi per i tipi della Feltrinelli editore. In sintesi, come presentato dal catalogo, si tratta della storia di Luigi Martinotti che lavora in un fast food. Frigge patatine, ma in realtà la sua vocazione, vivissima malgrado l’interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della biblioteca comunale consuma tutte le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. Ci sono momenti in cui riesce addirittura a distinguere, quasi fosse una visione, l’incontro fra Attila e papa Leone. È riuscito anche a elaborare una teoria storica, secondo la quale i mutamenti della società sono il prodotto di una terribile “insofferenza dell’insicurezza”, che spinge gli uomini, cambiando continuamente, a inchiodare il mondo in un presente immobile e rassicurante. Anche la quiete apparente di Luigi obbedisce a questa legge. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali ed esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall’imprevedibilità dei rapporti umani, ivi comprese l’intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e la tenerezza per il figlio di lei. Solo l’amico Giuseppe – estroso insegnante affetto da una malattia genetica che lo getta in ricorrenti crisi depressive – riesce a tenere accesa la sua vocazione e a comunicargli una sorta di profonda serenità. Quando il fallimento come storico è definitivo, la sua mente vacilla, la realtà progressivamente si oscura, e non resta che passare alla follia. Vera? Presunta? L’autore è genovese, 61 anni. Ha trascorso la prima giovinezza a Genova, ed ha compiuto gli studi a Milano dove si è laureato in filosofia; nella città lombarda, in cui sono ambientati due dei suoi tre romanzi, ha vissuto fino al 1995, allorché si è trasferito in Germania, dove attualmente risiede. Da quasi sette anni è presidente della Società Dante Alighieri di Stoccarda. De Marchi s’è fatto apprezzare per la sua attività di scrittore e di studioso e traduttore, soprattutto in ambito germanistica. Nel ’98, con “Il talento“, ha vinto il Campiello e il Premio Comisso.
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