Il riporto di Giulio Cesare e la storia millenaria della chirugia estetica
Se Giulio Cesare avesse avuto a disposizione la tecnologia adeguata, probabilemente si sarebbe concesso un trapianto di capelli presso la migiore clinica della romanità, a costo di presentarsi al Senato in bandana. Pare che infatti il rude condottiero avesse in odio quell’incipiente calvizie che lo costringeva a ricorrere, nell’acconciatura quotidiana, al deprecabile riportino.
Più difficoltà si offrono all’analista contemporaneo nell’interpretazione del naso di Cleopatra, storicamente troppo lungo. E’ nei fatti che la regina d’Egitto suscitasse sugli uomini un’attrattiva talmente devastante da lasciar credere che, come una Barbara Streisand di qualche millennio fa, il suo fascino fosse accresciuto proprio da quell’apparente imperfezione.
“Non mi togliere nemmeno una ruga. Le ho pagate tutte care…” diceva, in epoche più recenti, Anna Magnani a sottolineare che il tempo che si stampa sul viso è un tesoro di vita e di esperienze che serve a non perdere di vista se stessi. E pare che anche Marylin Monroe avesse dichiarato di voler tenersi, in vecchiaia, il viso che il tempo le avrebbe dato. Peccato che alla vecchiaia lei non ci sia mai arrivata.
In breve, si parla di imperfezioni fisiche. O meglio, di chirurgia estetica. Lo spunto arriva da un articolo pubblicato nelle settimane scorse sul portale dell’enciclopedia Treccani, dove assieme ad una serie di dati che confermano come il ricorso al bisturi estetico sia in crescita ulteriore, si sottolinea – e questa è la cosa davvero interessante – che la tendenza a migliorare chirurgicamente il proprio corpo ha origini antichissime. Anzi, la chirurgia estetica era praticata già ai tempi dell’antico Egitto. Lo conferma “il papiro di Edwin Smith, datato al 1700 a. C. ma probabilmente copia di un testo del 3000 a. C., dove sono descritti con precisione un peeling chimico per eliminare le rughe o la ricostruzione di un volto per un trauma facciale”.
A questo punto è opportuno un ritorno al presente, un richiamo a coloro che considerano certe pratiche estetiche come specchio dei principali mali che affliggono l’umanità, e a coloro che, al contrario, erigerebbero un monumento a san botox. Se è vero che il massiccio ricorso a posticci di varia natura, parla della fragilità dell’essere contempornaeo – uomo o donna che sia – e della sua incapacità di accettare serenamente gli sgraditi doni che gli porge matrigna Natura; è altrettanto vero che opportune correzioni possano servire a taluni proprio per ritagliarsi un margine di serenità. Ben venga, insomma, anche la bellezza omologata, se però ha uno scopo. Ed il nodo è tutto qui.
Ma torniamo al curioso articolo citato sopra, poiché nell’andare avanti con la lettura, si scopre che gli antichi ne sapevano in fatto di bisturi molto più di quanto s’immagini comunemente. Un salto nel V secolo avanti Cristo “………..i testi sanscriti dell’antica India, (riportano che) erano particolarmente diffusi gli interventi di rinoplastica e otoplastica per ovviare alle mutilazioni di naso e orecchie previste dalla legge per punire gli adulteri e i prigionieri di guerra. Le tecniche sono illustrate nella Sushruta Samhita, testo di medicina attribuito a Sushruta, vissuto nel 5° secolo a. C.: già allora la ricostruzione dell’orecchio veniva realizzata con pelle prelevata dalla guancia e la procedura di intervento sul naso – definita
ancora oggi con metodo indiano – consisteva nel prendere un lembo quadrato di cute dalla guancia, ribaltarlo e poi inserirlo nella zona da ricostruire, fino all’attecchimento”.
Alessandro Magno riporterà queste tecniche in occidente e a farne buon uso fu anche un imperatore, “Giustiniano II, detto rhinotmetus, cioè “dal naso mozzo” perché mutilato dopo essere stato rovesciato dal trono, si fosse sottoposto a un’operazione di rinoplastica e poi avesse riconquistato il potere”.
Arriviamo nel medioevo, qui è un papa, Innocenzo III a proibire gli interventi chirurgici poiché la malformazione fisica va accettata per “volontà divina”; ma ecco che nel 1597, un medico bolognese, Gaspare Tagliacozzo reintroduce la rinoplastica. C’è da aggiungere che la plastica al naso era particolarmente richiesta poiché nei duelli la protuberanza facciale era la prima a rimanere colpita. E s’approda nel XIX secolo con la nascita ufficiale, nel 1818 della chirurgia plastica ad opera del medico tedesco Carl Von Graefe. Il resto è storia recente, con un inciso dedicato all’aumento delle volumetrie dei seni, partite alla fine dell’800 con pratiche che prevedevano iniezioni di paraffina e di oli.
Il passo successivo? La scomparsa delle tecniche chirurgiche a vantaggio dei rimedi della farmacologia cosmetica e delle tecnologie microchirurgiche avanzate; il che porterebbe a pratiche certo meno invasive, più accettabili. Altra alternativa sarebbe inoculare il germe di una diffusa accettazione di sé, di un amore verso se stessi che includa anche le imperfezioni come parte integrante del carattere. Poichè la bellezza, come aveva ben compreso Anna Magnani, non è altro che un’emozione.
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