Un racconto per le feste. “Magico Natale” di Antonella Mecenero

Quando sono arrivata a casa erano le 5.30. Ero pronta alla sfuriata che mi attendeva, me l’ero preparata lungo tutto il viaggio di ritorno, pregustandola [...]

Quando sono arrivata a casa erano le 5.30. Ero pronta alla sfuriata che mi attendeva, me l’ero preparata lungo tutto il viaggio di ritorno, pregustandola come un piatto raro. Sbattere in faccia ai miei una crescita di cui non si erano resi conto,  l’esistenza una volontà che avevano fin lì ignorato.

A casa non c’era nessuno. C’erano i segni di un abbandono repentino, armadi lasciati aperti, un cellulare dimenticato sul tavolo. Mi stavano cercando senza dubbio nella nebbia mattutina. Mamma, papà e persino Leo, stavano percorrendo ad una ad una le strade cittadine, con i visi fuori dai finestrini per vedermi. Chissà a che ora avevano parlato con Giada, chissà se se l’erano presa con lei… Non volevo che me fregasse niente della preoccupazione dei miei, eppure…

La porta si è aperta, mamma, papà e Leo sono entrati in casa, inseguiti dal primo raggio del sole primaverile che stava sorgendo. Mamma è corsa da me e mi ha abbracciato:

  • Grazie al cielo non è successo niente. Leo sta bene.

Quello che è accaduto l’ho ricostruito a posteriori, un po’ a fatica. Le versioni sono un poco discordanti, ma pare che a cena Leo si sia buttato sul pollo arrosto come un leone alla fine dello sciopero dei lavoratori dello zoo, senza fare troppe distinzioni tra petto, pelle e ossa. Si è soffocato. E’ diventato tutto rosso, segno che, da qualche parte, un angelo misericordioso stava prendendo sul serio il desiderio che avevo espresso con le candeline della torta. Papà l’ha preso prontamente per i piedi, riuscendo, Ahimé, a fargli sputare il boccone.

Mamma, naturalmente, non era soddisfatta. Il tesorino piangeva e tossiva e se qualche malevolo (o benedetto) ossicino fosse rimasto, ostinato, nella gola? Meglio andare al pronto soccorso, in fretta, anzi, immediatamente. Qui, la mia povera signora madre non è stata compresa. Discriminati da un codice bianco, tra medici che si ostinavano a tentare di salvar la pelle ai reduci di un tremendo incidente stradale con tanto di accartocciamento di auto anziché occuparsi del tesorino, vittime di un sistema ingiusto, hanno atteso tutta notte una visita. Credo che a un certo punto sia sembrato palese anche a mia mamma che tale visita era inutile, ma chi glielo toglieva, ormai, il piacere di inveire contro il dottore e la sua inefficienza? E così la mia famiglia è rincasata all’alba, trovando me, la figlia ideale, ancora in piedi e vestita, così in ansia da non essere riuscita ad andare a letto.

Alcune illusioni sono così tenaci che non si possono sfasciare neppure con un carro armato.

Qualche mese fa Tommy mi ha introdotta all’arte del fumo. Per fumo intendo erba. Ma poiché una figlia ideale non ha spese, non necessita paghetta, non come Leo che, poverino, ha bisogno di legare e a dieci anni aveva già due cellulari, mi mancavano i liquidi per l’approvvigionamento. Così lui ha deciso di aprirmi la strada dell’imprenditoria casalinga e illustrarmi i vantaggi della coltivazione diretta. Due mesi dopo sono tornata a casa con delle piantine in vaso e una lampada abbronzante per favorirne la crescita. Mi sono piazzata in camera, in cerca di una posizione luminosa, ma poco appariscente dove iniziare la mia piantagione. In quel momento mia madre è entrata nella stanza, senza bussare. Come un’idiota, mi sono trovata a fronteggiarla, il vaso dietro la schiena, con qualche fogliolina che mi spuntava dai gomiti

  • Cos’hai lì, Anastasia ?

Ogni negazione sarebbe stata ridicola.

  • E’ solo una pianta, mamma.

Lei si è fermata a scrutarla, avvicinando il naso e gli occhiali, rigirandone le foglie.

  • Lo sai che pianta è?

  • … Si…No…

  • E’ una Pachira!

Pachira? L’avevo sentita chiamare in molti modi, la Cannabis, ma Pachira mai. Mamma deve aver intuito il grosso punto interrogativo che mi è spuntato in faccia

  • E’ una pianta indiana, credo, ce l’ha Marcella. Vedi? – indica gli steli delle diverse pianticelle – Il tronco è diviso, ha un nome specifico che mi sfugge, comunque i diversi tronchi si devono intrecciare e la pianta va su, con i tronchi intrecciati. E’ proprio lei, vedi? Si riconosce dalle foglie lanceolate.

Cosa devi fare, quando mostri a tua madre una piantagione di Marijuana e lei ti dice che è un normale vegetate decorativo? - Ecco… L’ho presa per il tuo… Onomastico che sarà… Settimana prossima… Non sapevo come si chiamasse, stavo giusto per controllare su internet.

Mamma mi ha baciata, ha preso il vaso e l’ha messo in salotto.

E’ ancora lì. Quattro piantine intrecciate che vengono bagnate due volte alla settimana e mostrate con orgoglio alle amiche. La famosa Marcella, tra le altre. Suo marito è carabiniere. Quando sono venuti a cena, tutti e due hanno guardato il vaso con attenzione. Hanno commentato che la loro Pachira ha le foglie più scure e consigliato un fertilizzante. Quanto a me, ho finito con le droghe. Non puoi, è una repulsione fisica, fumare per essere trasgressiva la pianta preferita di tua madre.

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