Un racconto per le feste. “Magico Natale” di Antonella Mecenero

Ho deciso di uccidere mio fratello esattamente un anno fa, a Natale. Sono stata sicura di volerlo fare nel momento esatto il cui ho aperto il suo regalo e mi sono trovata in mano il babbo natale sghignazzante. Ero nella mia fase dark, elegante nell’abito nero, con il rossetto viola scuro sulle labbra e mi è apparso tra le dita il vecchiaccio in rosso che si metteva a rotolare sghignazzando appena percepiva il suono delle mie parole. Mamma l’ha trovato subito simpaticissimo:

  • Ci vuole proprio un tocco di colore in camera tua.

E dunque l’orrido soprammobile saltellante è rimasto lì, sulla mia scrivania, impossibile da buttare o occultare, per 365 giorni, fino a oggi.

Lo dicono tutti, anche la psicologa della scuola, una tipa talmente frustrata da immergersi tutto il giorno nelle disgrazie altrui al solo scopo di cercare di dimenticar le proprie, che odiare un po’ il proprio fratello è normale. Se Leo fosse normale, io lo odierei soltanto un po’.

Le ha avute sempre tutte vinte, sin dal nome. I nomi, a casa mia, li ha tutti decisi il nonno. Appassionato di storia, monarchico nell’animo e sconfitto dagli eventi, il vecchio ha imposto a tutti nomi altisonanti e un po’ sfigati. Mamma si chiama Maria Antonietta, io Anastasia e mio fratello Leopoldo, che però si può sempre accorciare in Leo, come Di Caprio. Si provi qualcuno a trovare un diminutivo per Anastasia. Ana? Imbarazzante parte anatomica o diminutivo di una malattia mortale. Stasi? Ssia?

Col tempo, mentre io mi facevo sempre più ispida e magra, Leo è diventato un bimbo, a detta di tutti, così bello che sembra un angelo. E’ roseo e cicciotello, vagamente sferico, con la massa dei capelli biondi che sale in alto come un viticcio. Nel suo pigiama arancione, più che un angelo, mi sembra una zucca e per Halloween  mi vien sempre voglia di intagliarlo.

Da quando Leo va a scuola, la sua disarmante massa di insuccessi, sempre da attribuirsi a malevoli maestri, scarsi professori, maligni compagni pronti al complotto, ha fatto sì che si cristallizzasse nella mente di mia madre l’immagine di me come la figlia ideale. Non sono fragile come Leo, io, so organizzarmi, non sono ribelle come Leo, io, ho la testa sulle spalle, so quel che faccio, so valutar gli amici, pensare al mio futuro. Come un soprammobile, mi basta essere spolverata di tanto in tanto. Quando una madre di mette in testa questo, non c’è modo di contraddirla. Non sono una persona, io, ma una statuetta da ammirare.

Per il mio sedicesimo compleanno, per la prima volta, mi è stato permesso di andare in discoteca. A Leo i miei lasciano fare tutto, deve sperimentare, io invece sono una ragazzina e non sta bene, non mi serve, perdo solo tempo. La sera del mio compleanno, però, potevo andare in discoteca. Il patto era che mi avrebbero riportato a casa i genitori di Giada all’una. Si, insomma, la prima e probabilmente ultima volta in discoteca in vita mia dalle 23 all’una, neppure il tempo di scoprire che odore potesse avere quel luogo. Un tempo, però più che adeguato per incontrare Tommy.

Appena l’ho visto, tutto vestito di nero, sfrontato, con la sigaretta in bocca nonostante il divieto, ho deciso che io, con Giada non ci sarei tornata. E’ così semplice organizzare un imbroglio, poi, è bastato dirle che i miei ci avevano ripensato, sarebbero venuti loro a prendermi, alle due. E via, sotto le luci a lampi, nel fumo che ondeggiava a marosi, a lasciarsi sballottare, naufraghi, dentro la musica in tempesta.

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