Mostre: “Love me Fender”, sei corde nel mito. A Bologna

Love me Fender” e gli appassionati del rock drizzano le antenne, non tanto perché si parafrasa la canzone di Elvis (Love me tender), ma perché dire Fender è lo stesso che pronunciare “Rock”, è evocare Jimi Hendrix che sul palco di Woodstock spreme dalla sua Stratocaster bianca le note dell’Inno americano, è la delizia di un riff dalle note lunghissime suonato da Eric “slow handy” Clapton carezzando le corde di una Fender, anche per lui una Stratocaster.

Andy

Andy

E che dire di George Harrison e John Lennon, di Kurt Cobain, John Frusciante o Frank Zappa: qualsiasi strada abbia percorso il rock’n’roll c’è stata una Fender a tracciarne il cammino, la chitarra mitica che s’è guadagnata il soprannome di “Stradivari del rock”. E questo – per inciso -  nulla togliendo alla concorrente di sempre, la Gibson, amata da nomi altrettanto risonanti della musica popolare.

Ma torniamo alla Fender, perché è il suo mito che 26 artisti contemporanei hanno provato a interpretare nella mostra che fino al 31 gennaio si sviluppa lungo le sale del Museo internazionale e biblioteca della musica a Bologna. Curata da Luca Beatrice (uno dei due curatori del Padiglione italiano dell’ultima Biennale di Venezia ndr) la mostra è dedicata all’universo Fender in tutte le sue sfaccettature poiché la casa di produzione di strumenti musicali fondata nel 1946 da Leo Fender, nel corso del XX secolo è finita per diventare stile di vita e simbolo di un’identità collettiva.

Marco Lodola

Marco Lodola

Ecco dunque in vetrina anche un serie di memorabilia che ripercorrono il mito sin dalle origini: fotografie, strumenti musicali, riviste, manoscritti, manifesti, LP, 45 giri e  la chitarra di Hendrix prestata alla mostra dal dj e collezionista Red Ronnie che ha collaborato fattivamente alla mostra.

Nicola Bolla

Nicola Bolla

L’arte del nostro tempo, invece, racconta le suggestioni “Fender” attraverso diversi linguaggi espressivi.  Dalla pittura alla scultura, dal disegno alla fotografia all’installazione, nelle sale di via Maggiore si compone un mosaico multidisciplinare giocato sulle interconnessioni tra arte e musica dove alcuni degli artisti presenti hanno anche un background di musicisti. Operazione tutto sommato “naturale”, poiché le chitarre elettriche sono sempre state caratterizzate da forme inconsuete e colori brillanti che le hanno rese assimilabili a veri e propri oggetti d’arte, opere da collezionare. Si va così dai ritratti su tela di Massimiliano Alioto e Tom Porta, nei quali la Fender è al centro della scena in tutto il suo splendore, alla chitarra di strass di Nicola Bolla dal titolo evocativo di “Vantias Stratocaster”, all’omaggio pop ad Hendrix di Andy (ex dei Bluevertigo), passando alle lamiere luminose di Marco Lodola, che ancora omaggiano il genio di colui che è

Crash

Crash

considerato il più grande chitarrista d’ogni tempo e ancora la Fender in frantumi tenuta assieme dal chewing gum proposta da Maurizio Savini e poi le opere di  Gabriele Arruzzo, Matteo Basilé, Alessandro Bazan, Bugo, Crash, Francesco De Molfetta, Nicola Di Caprio, Pablo Echaurren, Daniele Galliano, Fausto Gilberti, Daniele Girardi, Hubertus von Hohenlohe, Marcello Jori, Thorsten Kirchhoff, Francesco Lauretta, Bartolomeo Migliore, Laurina Paperina, Laboratorio Saccardi, Mauro Sambo, Nicola Verlato.

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