Il banchetto di Natale: come (non) resistere alla tentazione

Tra gustare e gu(a)stare la differenza è tutta in una vocale, ma quella “a” è la linea che separa il piacere dall’eccesso, un confine i cui contorni, nella bulimica contemporaneità, appaiono sfocati. Il 40 per cento della spesa del Natale andrà sprecato, scriveva qualche giono fa il Corriere riferendosi ad uno studio americano, ma fermo restando un legittimo richiamo alla parsimonia, chi rinuncerebbe mai ad una tavola delle feste straboccante del ben di Dio, chi non intende onorare – come può, certo – la nascita del Cristo dandosi alla convivialità.

E in Italia esagerare è  più facile che altrove, nel Paese delle mille e più tradizioni gastronomiche, tortellinila lista della spesa è un papiro d’infinita lunghezza e dalla tavolozza di colori più varia di quella d’un impressionista. Cosa ci sarà sulle tavole degli italiani nei prossimi giorni? Proviamo a raccontarlo in ordine sparso, ghiotta occasione per parafrasare l’ultimo libro di Umberto EcoLa vertigine della lista”.

Cappelletti, tortellini, tortelli di zucca, tortelloni, ravioli al brasato, taglierin per il pranzo di Natale emiliano-lombardo – piemontese condito da brodo di carni miste, gallina o cappone, ottimo questo in gelatina o all’insalata.  Pasta farcita, ragù, cannelloni e lasagne a Santo Stefano, ma il cenone della Vigilia dove lo mettiamo?  Qui  vince la tradizione del  Sud. Ecco gli spaghetti alle vongole o all’astice, le frittelle di baccalà, l’anguilla e il capitone partenopeo, le fritture di pesce, gli sgombri al cartoccio (in alternativa l’orata), l’aragosta dei più pretenziosi, gli scampi e i gamberi imperiali, i gamberetti in salsa rosa che fanno anni ’70, panettonei polpi al sugo o in insalata e gli spaghetti al tonno, immacabili sulle tavole romane. Ecco le capesante dell’Adratico e le vongole della laguna veneziana, le cozze ripiene, magari pugliesi, e i datteri di mare clandestini che pescarli è giustamente reato. Ecco, per i raffinati, i carpacci di tonno o il sushi di “casa nostra” e il sapore nature di una spigola al sale himalayano. Torniamo al nord, torniamo alla tavole del 25 per un bollito alla piemontese compreso di lingua, cotechino e salsa verde, sentiamo gli aromi forti di una bagna cauda dove tuffarci il cardo e il peperone e l’oro di una frittura emiliana dove non manca mai la crema e quella invece alla maniera trentina, che taglia le mele a rondelle e le intinge in pastella. Tacchino? Se proprio vuoi, cucinalo con le prugne e le castagne, oppure arrotolato e farcito con sapienza e fantasia.  Sinfonia di sapori che non tralascia mai le overture: il godurioso fois gras  nostrano dei crostini toscani con le frattaglie, e poi sottaceti e affettati:la nobiltà del culatello di Zibello, e poi crudo di Parma o di San Daniele, lardo di Colonnata ecioccolatiniil salame. Salame? E quale? Il felino, il salame d’oca, il cacciatore, il napoletano, il milanese, il salamino di cinghiale, di cinta senese o la soppressa calabrese, tanto per fermersi ai più popolari. E il formaggio, meglio prima o dopo? La lista del made in Italy ne include 400, preferiamo non citarli e passare direttamente al dolce che divide l’umanità tra amanti del panettone e del pandoro, tra chi livuole farciti e chi asciutti, ma mai dimenticare il panforte, il panpepato, il panone, il pandilatte e quegli altri mille dolci che hanno in comune gli ingredienti più antichi, gli stessi che si trovavano sulle tavole romane: frutta secca, miele, canditi, uvetta. E i mille colori degli struffoli napoletani, la sensualità dei torroni morbidi e la dolce durezza dei croccanti, i torroni al cioccolato al liquore o al pistacchio, il torrone di albume, quello di Cremona il beneventano, l’irpino, l’abruzzese o il siciliano. Manca qualcosa? Sicuramente sì e poi mancano i vini, ma quello è un altro capitolo.  (A.D)

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