Vito Mocella: l’antimateria ottica e il sogno dell’uomo invisibile

L’asserzione scandalizza ancora molti e compiace giusto qualche madre: a quarant’anni in Italia si è giovani, ancora. E non tanto perché l’attesa media della vita [...]

L’asserzione scandalizza ancora molti e compiace giusto qualche madre: a quarant’anni in Italia si è giovani, ancora. E non tanto perché l’attesa media della vita s’è notevolemente allungata e anzi, continua a dilatarsi prospettandoci in tempi anche realtivamente brevi un paese di ultracentenari, quanto piuttosto perché l’ingresso nel mondo delle responsabilità professionali, quelle che contano, viene sempre di più differito. E questo per una serie di motivi che non stiamo qui ad elencare, tanto più che non è di sociologia che parleremo con il quarantenne Vito Mocella, ma di scienza.

Vito Mocella, napoletano, laureato nel 1995 all’Università Federico II in Ingegneria Elettronica, un dottorato in fisica ottenuto lavorando al prestigioso European Synchrotron Radiation Facility (ESRF) di Grenoble, in Francia, a cui seguono prestigiose esperienze americane. Quindi, nel 2002, il ritorno a Napoli, all’Istituto per la microelettronica e microsistemi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Imm-Cnr) dove conduce, assieme ad altri menti creative, ricerche sui cristalli fotonici ed i metamateriali. Studi che nel 2007 gli faranno ottenere la nomina di Cavaliere all’Ordine del Merito della Repubblica conferita dal presidente Giorgio Napolitano. Ma i riconoscimenti – probabilmente – non sono che all’inizio per l’ingegnere e il suo staff la cui ultima scoperta è di quelle capaci di stuzzicare la fantasia dei più: bambini di ieri e di oggi cresciuti sognando una vernice invisibile o il mantello di Harry Potter in cui avvolgersi per curiosare nel mondo senza essere visti.

Ma torniamo alla realtà: stiamo parlando dell’ antimateria ottica, ovvero, del primo materiale invisibile messo a punto da un gruppo di scienziati. Progettato a Napoli e realizzato in un laboratorio californiano, alla Berkley University. Materiale a base di silicio forato, ma per essere corretti bisognerebbe chiamarlo metamateriale, che ha la capacità di risultare estraneo alla luce e dunque invisibile ma che pure – proprio in virtù delle sue peculiarità – la  visibilità, almeno quella mediatica, se la merita tutta.

DT – Abbiamo letto della scoperta, e sappiamo che lei ha accuratamente precisato che l’invisibilità, quella prospettata dai fumetti o dai libri fantasy, è ancora lontana da raggiungere. Lontana, dunque non impossibile, ci rassicuri

VM – Il mantello di Harry Potter lo inserirei nella schiera del futuribile e non del fantastico, ma è difficilissimo da prevedere quando questo metamateriale potrà essere prodotto su larga scala e quando e come lo sviluppo tecnologico ne consentirà un uso diffuso

DT – Metamateriali, chiarisce questo concetto a noi comuni mortali?

VM – Si tratta di materiali la cui struttura è stata modificata per far sì che acquisiscano proprietà insolite, in questo caso annullare la propagazione della luce

DT – Preferiamo non entrare nei dettagli (rimandiamo per questo all’articolo già pubblicato). Il risultato delle vostre ricerche è un quadratino di metamateriale di quattro millimetri per quattro. Ci faccia capire, è tanto o è poco?

VM – Lavorando con la luce e con scale nanometriche è molto

DT -  Lei considera la scoperta “solo” utile o rivoluzionaria?

VM – Abbiamo trovato qualcosa di difficile da trovare, qualcosa di non scontato, ma rivoluzionario non direi, nel mondo esiste su questo argomento scientifico una serrata, ma corretta, concorrenza. D’altronde il tema è attrattivo, anche da un punto di vista concettuale

DT – Però al Cnr siete stati i primi a mettere a punto “la cosa” (sia detto col massimo rispetto), una bella soddisfazione, amplificata dal fatto che eravate in tanti a cercarla. Quanto tempo è costato il tutto?

VM – Cinque anni fa abbiamo cominciato ad affrontare questo tipo di tematica ma nello specifico di questa ricerca, dall’idea alla realizzazione sono trascorsi due anni. Sintetizzando, a Napoli abbiamo creato e a Berkley si è messo a punto il tutto, poi il frutto del lavoro è tornato a Napoli

DT – Prima faceva riferimento ad un tempo non ben precisato per poter “vedere” e ci scusi il termine, concrete realizzazioni tecnologiche del metamateriale. Esiste qualche applicazione che potrebbe prevederne un uso sulla distanza del medio periodo?

VM – La possibilità più concreta, che si potrebbe realizzare anche in periodi brevi, è la sua applicazione alla microscopia avanzata. Consentirebbe, in pratica, di rendere visibili cose che attualmente possono essere evidenziate solo con microscopi a scansione elettronica, cose con lunghezze d’onda inferiori al visibile. Il risultato sarebbero immagini molto più dettagliate della scansione elttronica e questo porterebbe indubbi vantaggi.

DT – Un dubbio, la “cosa”, cioè il metamateriale c’è, ma non si vede. Somiglia ad un atto di fede

VM – C’è di sicuro ed in quanto materia occupa un preciso spazio

Nota finale: la ricerca “Self-collimation of light over millimeter-scale distance in a quasi-zero-average-index metamaterial” è stata firmata da Vito Mocella, Stefano Cabrini, A.S.P. Chang, Principia Dardano, Luigi Moretti, Ivo Rendina, Deirdre Olynick, Bruce Harteneck e Scott Dhuey è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Physical Review Letters.

(Gianni Mongrandi)

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