Mostre: “Art in a material world”, quando l’arte flirta con gli affari. A Londra
“Un buon affare è l’arte migliore”. Da questo aforisma di Andy Warhol prende lo spunto la mostra allestita sino al 17 gennaio alla Tate Modern Gallery di Londra. Esposizione dalle intenzioni relativamente provocatorie che prende le mosse da una semplice constatazione: a partire dagli anni ’80 gli artisti si sono variamente impegnati con i mass media a coltivare il loro “personaggio” e creare, con la loro firma, dei veri e propri marchi di fabbrica. E tutto ciò ha un precursore proprio in Andy Warhol.
“Pop Life: Art in a material world” ( Pop Life: Arte in un mondo materiale) prende dunque in esame l’opera di quegli artisti che hanno appreso la radicale lezione Warhol riversandola nel loro lavoro. Piuttosto che interloquire con i media o analizzarli, questi creativi si sono infiltrati nella macchina pubblicitaria e nel mercato con una sorta di strategia deliberata.
In breve, hanno sfruttato la potenza dello star system ed hanno esteso il loro raggio d’azione al di là del mondo dell’arte. E con la loro capacità di sfruttare tutti i canali della comunicazione hanno coinvolto il pubblico sia all’interno sia all’esterno della galleria.
La fusione della cultura e del commercio è in genere vista come un tradimento dei valori connessi all’arte, ma al contrario, la mostra della Tate Gallery sostiene l’idea che, per molti degli artisti arrivati dopo Warhol, l’attraversamento di questa linea immaginaria che separa l’atelier dal mondo commerciale rappresenta solo un modo per impegnarsi con la vita moderna nei termini in cui questa si esprime.
Tracey Emin, Keith Haring, Damien Hirst, Martin Kippenberger, Jeff Koons, Takashi Murakami e Richard Prince sono alcuni degli artisti proposti dall’evento della Tate. Il percorso inizia con uno sguardo sul lavoro tardo di Warhol, esaminando le sue iniziative collegate ai personaggi televisivi o ai paparazzi. In evidenza anche una serie di opere dalla sua controversa serie nota come le “retrospettive” o “ripristini”. E poi riproposizioni delle celebri icone pop degli anni ‘60 e installazioni di artisti che vi si sono ispirati come Martin Kippenberger e Tracey Emin, che apertamente hanno avviato una sorta di auto-mitizzazione “manipolando” in vari modi i loro personaggi.







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