Lo Zingarelli 2010 e le 2800 “belle parole” da salvare
Beffardo, blandire, corrusco, egregio, foriero, giubilo, irretire, laconico, mentore, ondivago, pervicace, risibile, sardonico, sussiego, tralignare, visibilio: sono solo alcune delle 2800 “belle” parole della lingua italiana a rischio d’estinzione.
A segnalarle, indicandole con un simbolo speciale, è lo Zingarelli 2010, il dizionario edito dalla casa editrice Zanichelli che per l’occasione ha indetto anche un concorso riservato alle scuole con il quale si chiede agli studenti di scrivere un testo che contenga alcuni dei termini a rischio. Parole comuni fino a ieri, ed oggi mandate in rottamazione dall’uso di un vocabolario quotidiano sempre meno ricco di lemmi, povero di sfumature, di distinguo e sempre più anglofono, dove i termini tecnici e le corruzioni dialettali sono diventate la normalità della conversazione e, con la complicità di media poco attenti, anche della lingua scritta e di quella parlata in televisione.
In un momento in cui le emergenze nazionali abbondano ci si chiederà perché sprecare energie per difendere un idioma che probabilmente è destinato dalla globalizzazione a diventare lingua morta; una delle spegazioni migliori l’ha fornita Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone. La riprendiamo così come pubblicata dal professor Massimo Arcangeli nel suo “Osservatorio della lingua italiana”:
<< Ciascuna lingua [...] ha certe forme, certi modi particolari e propri che per l’una parte sono difficilissimi a trovare perfetta corrispondenza in altra lingua; per l’altra parte costituiscono il principal gusto di quell’idioma, sono le sue più native proprietà, i distintivi più caratteristici del suo genio, le grazie più intime, recondite, e più sostanziali di quella favella. Nessuna lingua dunque è uno strumento così perfetto che possa servire bastantemente per concepire con perfezione le proprietà tutte e ciascuna di ciascun’altra lingua>>.
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