La recensione: Stabat Mater

Stabat mater, di Tiziano Scarpa, è il romanzo che si è aggiudicato il Premio Strega 2009. È un libretto che, a dispetto delle sue ridotte dimensioni, nasconde una dolorosa profondità che, in alcuni frangenti, è anche molto piacevole affrontare, e conoscere e, magari, anche riconoscere. La narrazione appare fin da subito frammentata, scostante, sbriciolata in paragrafi e in frasi sospese. Il risultato è il lento configurarsi di un’ambientazione rarefatta e, parallelamente, l’affiorare di un narratore fragile, opaco e nebbioso come il mondo nel quale vive. Cecilia, la narratrice in questione, è una ragazzina di sedici anni che – con i soli strumenti che questa età fornisce – deve affrontare l’immenso dolore d’essere orfana. scarpa La vicenda, di fatti, è ambientata in un orfanotrofio, ed è dipinta dal colore tenue degli occhi della protagonista che, ad ogni pagina, ad ogni riga appare sempre più prossima a sconfinare nella follia. Ad ogni istante, Cecilia sembra dover cedere al dolore che cerca di farla impazzire. Al di là della trama – che dovrà scoprire il lettore e che, a mio giudizio, pare ben congegnata – devo però notare che l’espediente letterario del diario personale, e l’eccessiva frammentazione del racconto in micro-paragrafi, tendono a stancare. Sembra di assistere, ad ogni pagina, ad un’anafora di dolore che, presto, si fa ambigua. E non si capisce più se chi stia soffrendo sia la protagonista, o il lettore, che non riesce a venire a capo della vicenda. Il libro è consigliato a tutti coloro i quali siano dotati di forti “anticorpi” letterari, e che non siano affetti da depressione. Il rischio di cadere vittime della tristezza, altrimenti, è molto alto. Ma, soprattutto, potrebbe venire spontaneo il chiedersi perché. Domanda che, il lettore di un buon libro, non dovrebbe mai porsi. (Federico Ruysch Di Leva)

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