La testa nel pallone: i 69 anni di quella leggenda chiamata Pelè
Il suo nome all’anagrafe fa venire i brividi: Edson Arantes do Nascimiento, è nato in Brasile, terra del sole e del pallone il 23 ottobre del 1940 ed è dunque in questi giorni che s’è festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno. Per chi non l’avesse ancora capito, parliamo di un giocatore di calcio di quel tempo in cui le squadre erano composte da leoni e non da portafogli, nel quale i giocatori che avrebbero poi vinto il mondiale come ricompensa avevano le scarpette ed a capitanarli c’era un vero e proprio dio del calcio: Pelè, appunto. Di giocatori bravi, molto bravi o bravissimi nella storia del pallone ad esagoni e pentagoni se ne sono visti molti, ma obiettivamente, nessuno può pensare di raggiungere quello che è stato per la storia stessa del pallone un giocatore come Pelè. Nato poverissimo, figlio di calciatore, Pelè si avvicinò al mondo del pallone prendendo a calci dei calzini riempiti di carta o stracci o della frutta.
Presto entrò a far parte della compagnie del Bauru. Qui si distinse e venne notato da Waldemar de Brito he lo portò al Santos per un provino. Venne preso subito nelle giovanili e l’anno seguente, militò nella prima squadra. Da lì, solo un lungo elenco di successi. Prima di tutto, nessun altro mito del calcio è stato in grado di portarsi a casa ben 3 campionati del mondo di calcio, che all’epoca si chiamavano ancora Coppa Rimet, nel 1958, 1962 e 1970 (quest’ultima vittoria è particolarmente nota a noi italiani, reduci da Italia- Germania 4 a 3 ed entrambi ad un passo dall’assegnazione definitiva della coppa, venimmo sconfitti ed in qualche modo irrisi dalla compagine sud americana per 4 ad 1 e, neanche a dirlo, anche Pelè partecipò alla goleada). Ben 1281 i gol segnati da “Re” (o’ Rey) nella sua carriera, che fu di ben 1363 partite, quindi una bella media di gol. Si ritirò dalla Selecao nel 1971, da campione, da leader, da vincitore. In tanti si sono lanciati in paragoni facili e scontati, cercando di avvicinare miti come Eriberto, Cruyff o Maradona o addirittura, ma solo qualche testa matta in carenza di righe per l’articolo, Ronaldo al divino brasiliano. Niente da dire sulla qualità dei contendenti, e forse proprio verso l’acerrimo nemico a lui più vicino, proprio “Dieguito”, in troppi assegnano la vittoria definitiva sul 10 verde oro. La sua figura è sempre stata lontana da scandali, mai immortalata in gol palesemente irregolari, ma assegnati comunque e soprattutto, per quanto i sostenitori dell’argentino si ostinino a dire che i tempi erano diversi, i difensori non pestavano come oggi e se Pelè avesse giocato negli ottanta non avrebbe fatto quello sfacelo sconsiderato di record, a loro rispondono i fan del Re, dicendo che, nel bene o nel male, quando Pelè si è mosso, negli ultimi 50 anni, l’ha sempre fatto per raggiungere una vittoria, un record o fare poi della beneficenza. Triste pensare che campioni di questo calibro, capaci di cambiare tutto nel mondo del calcio al di là nell’imbarazzante numero di gol, forse non ne verranno mai, o dato che siamo all’inizio di un nuovo secolo, forse ne sta per nascere uno. Intanto, ci crogioliamo nella memoria di quei dribbling ubriacanti e puliti, capaci di lasciare sul posto le difese di tutto il mondo ed anche, purtroppo tante volte, anche la nostra. (Davide Rabaioli)
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