Galimberti: contro i falsi miti la cura della filosofia

Crediamo di aver bisogno di uno psicoterapeuta e magari ci basterebbe (si fa per dire) un filosofo. Il concetto non è nuovo, perché se la filosofia ci aiuta a comprendere l’uomo è certo che ci dà una mano a capire il mondo, noi stessi e a dare il giusto valore alle cose, a discernere quello che è davvero importante da ciò che non lo è o che rappresenta un’imposizione sociale che potremmo non condividere. Su questa scia si poneva il bellissimo “Socrate al caffè” di Marc Sautet, il filosofo che negli anni ‘90  tutte le domeniche al Cafè des Phares di Parigi, animava un dibattito aperto a chiunque, esperienza che diede luogo al primo caffè filosofico contemporaneo.

Aiutare il lettore a comprendere l’attualità, o meglio a smontare i miti attraverso la filosofia è quanto si propone Umberto Galimberti ne  i “I miti del nostro tempo”,  in libreria dal prossimo 4 novembre per la “Serie Bianca” di Feltrinelli. “Siamo soliti curare i nostri disagi psichici e non invece le idee malate con cui visualizziamo noi stessi e gli aspetti della nostra vita. Un lavoro, questo, che forse i filosofi sanno fare meglio degli psicologi”: così scrive Galimberti passando successivamente ad analizzare  il culto della giovinezza, l’idolatria dell’intelligenza, l’ossessione della crescita economica. E ancora: la tirannia della moda, l’ansia della perfezione corporea, “perfino l’accettazione della guerra come evento ineluttabile e manifestazione di coraggio, lealtà, spirito di sacrificio. Sono i miti di oggi. O meglio, sono alcuni dei “falsi miti” che pervadono e plasmano la nostra società. Quelli che la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa propongono come valori e impongono come pratiche sociali, fornendo loro un linguaggio che li rende appetibili e desiderabili”. Umberto Galimberti tenta di dimostrare come questi falsi miti siano “idee malate”, non avvertite come tali, e quindi tanto più capaci di diffondere i loro effetti nefasti senza trovare la minima resistenza. “Un mito nasce quando i fatti e le pratiche di vita a cui si riferisce non sono formulati in un idioma appropriato. Demitizzarlo non significa negare quei fatti, ma restituirli al loro idioma. È necessario per questo un lavoro di svelamento e di smascheramento: un lavoro che da sempre ha visto i filosofi impegnati in prima linea, se è vero che la filosofia – almeno la migliore filosofia – è un continuo correttivo di idee stantie, divenute egemoni per forza d’abitudine, per eccesso di pratica e di condivisione, in fondo per la pigrizia del pensiero”.

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