“La materia del segno”, a Bologna alla GrafiqueArtgallery sino a novembre
A Bologna alla “GrafiqueArtgallery” è in corso di svolgimento (fino al 14 novembre) la collettiva “La materia del segno” a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei. Espongono Pierluigi Febbraio, Erika Latini, Andrea Lucchesi, Elena Monzo, Davide Peretti, Stefano Ronci e Matteo Sbaragli. Il progetto indaga l’intrigante rapporto tra il segno e la materia attraverso un percorso tra il lavoro di sette artisti. Il punto di partenza è la sola linea legittimata come modus fine a se stesso, si arriva poi fino al punto in cui questa si fonde alla materia arrivando a scomporsi. “Diviene particolarmente complicato – afferma il curatore della rassegna – trovare un pensiero forte che sostenga il segno come elemento a se stante nella pratica artistica contemporanea. Proprio perché, come sostiene Ulrich Beck, nell’attualità – l’unità non è altro che la forma narrativa di una molteplicità infinitamente frammentata di correnti e crocevia esistenziali contradditori – anche per l’artista che utilizza l’azione segnica, diventa basilare destreggiarsi con personalità per divincolarsi nel frammentario marasma esistenziale”. Il viaggio prende avvio dal disegno tormentato e quasi inciso di Elena Monzo che si dipana direttamente dalla complessità del reale per sedimentare perlustrazioni riguardanti la sfera dell’immaginario collettivo e popolare, per proseguire lungo la traccia sfavillante della poetica del ricamo di Erika Latini, autrice che sa veicolare un preciso discorso sull’infanzia e le differenti manifestazioni legate al presente che ne derivano. La traccia del passato, una ferita ancora aperta, accompagna il lavoro in malta di Pierluigi Febbraio, intento a mostrare nel volto il ricordo evidente di un graffio interiore che continua a bruciare intensamente. Una sfuggente materialità dell’essere umano si può ritrovare nelle opere di Andrea Lucchesi, dove i lasciti esistenziali della persona si accompagnano a coinvolgenti ambientazioni, così come Stefano Ronci appare legato all’attualità e ad alcune sue espressioni indicative più evidenti, dove i gesti o le immagini strutturano una simbologia strettamente legata all’inconscio. Matteo Sbaragli parte dal territorio abituale del segno fotografico del ritratto per potenziarne l’espressività per mezzo di un’amplificazione materica su base di alluminio particolarmente efficace e infine, a chiudere il cerchio, è la materia di Davide Peretti che partendo da precise suggestioni, attraverso l’utilizzo della grafite e del carboncino impastati al colore e alla carta, indaga gesti e posture del corpo che si perdono nel vortice materico al punto da diventare quasi irriconoscibili.
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