Gli splendori delle corti dei maharaja al Victoria & Albert Museum
Misteriosa, è l’appellativo più comune che si attribuisce all’India. L’India dei viaggiatori, ovviamente, la terra sconfinata che nell’immaginario collettivo è ancora legata alle storie del colonialista Kipling o a quella vaga idea di Oriente tramandata dai libri di Salgari. E poco importa se oggi il subcontinete sia una potenza economica di primo piano, densa di contraddizioni eppure in espansione, una potenza dove modernità e tradizione convivono, sgomitano, si affontano in ogni istante della quotidianità; noi pensiamo all’India e ci limitiamo a vederne i colori, le donne in sari, i templi magnifici, gli elefanti bardati, i vecchi saggi, e così via, cartoline che non rendono giustizia né al presente né al passato di questa misteriosa (e misteriosa lo è davvero) terra.
Un po’ di luce su una parte della storia dell’India prova a farla la mostra allestita fino al 17 gennaio al Victoria & Albert Museum di Londra. Titolo “Maharaja – the splendour of India’s royal courts”, mostra che riesamina il “favoloso” mondo dei maharaja e la loro ricchissima cultura nel periodo compreso tra il XVIII secolo e la metà del secolo scorso. Il percorso espositivo riunisce oltre 250 oggetti, molti dei quali prestati da collezioni reali dell’India e per la prima volta portati in Europa. Attraverso di essi si esamina l’evoluzione del ruolo del maharaja all’interno di un contesto sociale e storico e rivela come il loro patrocinio delle arti, sia in India sia in Europa, abbia portato alla creazione di splendide forme a simboleggiare lo status regale e l’identità del potente.
MA CHI ERANO QUESTI MAHARAJA?
Il maharajah parola che letteralmente significa “gran re”, evoca all’istante una visione di splendore e magnificenza. L’immagine di un
turbante e di dita ingioiellate, la visione di un uomo di assoluta autorità e immensa ricchezza è pervasivo e suggestivo, ma non riesce a rendere giustizia al suo ruolo svolto nella storia culturale e politica dell’India. Con la colonizzazione britannica è anche vero che il ruolo di questi principi è stato annullato quasi completamente, tuttavia l’espressione della regalità s’è mantenuta ancora a lungo pur rimanendo svuotata di contenuti politici. Al di fuori dell’India principesca, il maharaja sono stati quindi visti come esseri esotici mentre il ruolo dell’India si riduceva a scrigno per la corona imperiale della Gran Bretagna. E quando i principi sono stati costretti a vivere entro confini tradizionali, il loro ruolo è finito ancor di più nello stereotipo. Alcuni di essi rifiutarono di sottostare al modello di modernità in arrivo dall’Inghilterra ma la maggior parte finì per accettarlo, facendo, ad esempio, educare i loro figli come gentlemen nelle migliori scuole britanniche. La nobiltà si manteneva al passo coi tempi ma perdeva sacralità. E infatti nell’India passata il potere del re era sacro. Come la mostra dell’Victoria & Albert museum dà modo di appurare uno dei momenti in cui questa “sacralità” trovava la sua espressione più spettacolare era in occasione delle grandi processioni che celebravano gli eventi reali e le festività religiose. A cavallo di un elefante o di un cavallo riccamente bardato, il sovrano appariva sontuosamente vestito e ingioiellato, circondato da servitori recanti gli attributi simbolici della regalità: un parasole reale, lo chauri (quella sorta di ventaglio di pelo) e da uno stuolo di cortigiani e autorità.
E per la gente assitere a tale spettacolo era una bendizione, nel vero senso della parola. La visione di un re in tutto il suo splendore era infatti considerata di buon auspicio. E’ questo il concetto di darshan, atto propiziatorio di vedere ed essere visti da un essere superiore, sia esso un dio o un re. Ed anche se in origine era un concetto induista, l’idea di darshan è diventata un aspetto integrante della regalità in tutto il subcontinente. Tuttavia in India i governanti avevano il loro bel “pacchetto di doveri” cui adempiere. Tutti sintetizzati nell’esercizio del “rajadharma”, l’espressione dei doveri e comportamenti adeguati a un re. Nel rajadharma s’includevano la tutela dei sudditi, il giudizio delle controversie e il ministero della giustizia e della punizione. Ma anche le arti marziali, ritenute importanti quanto le arti quelle amministrative e diplomatiche; saggezza e bevolenza erano d’obbligo, ma i re dovevano saper essere anche feroci guerrieri e abili cacciatori. E da ultimo, ma non per ultimo, il rajadharma era stato esercitato anche attraverso il patrocinio di poeti, musicisti, architetti, artisti e artigiani. Da qui tutto lo splendore testimoniato nella mostra londinese.
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