“Rupi del Vino”, il nuovo documentario di Olmi al Roma Film Fest. Le vigne della Valtellina patrimonio dell’Umanità?

Otto lungometraggi e diciassette documentari: sono i numeri coi quali il cinema italiano si presenta al Roma Film Fest. Tra nomi di belle speranze, emergenti [...]

Otto lungometraggi e diciassette documentari: sono i numeri coi quali il cinema italiano si presenta al Roma Film Fest. Tra nomi di belle speranze, emergenti e certezze il ritorno più atteso: quello di Ermanno Olmi, a Roma con “Rupi del vino”, film documentario di 54 minuti che sarà presentato domenica nella sezione “Extra”. Il titolo evoca suggestioni appropriate, il film è infatti dedicato al mondo eroico dell’enologia di montagna. E le montagne in questione sono quelle della Valtellina, “dove l’uomo ha graffiato la roccia” per strappare al monte il terreno minimo per coltivare ma sufficiente ad impedire alla montagna di cadere giù. Dedicato a Mario Soldati ed espressamente ispirato al suo “L’avventura in Valtellina”, il documentario s’inserisce nel solco di quel discorso (olmiano) sulla  “poesia della terra”  che, come accaduto nel precedente documentario “Terramadre” diventa strumento di sensibilizzazione sulla necessità di sopravvivenza della cultura contadina (in questo caso della viticoltura di Valtellina) e la salvaguardia di quelle sapienze antiche che includevano il  rispetto della natura e la cura del territorio. E non a caso il film di Olmi sarà il documento da “esibire” alla commissione Unesco che dovrà decidere se inserire i vigneti terrazzati del versante Retico della Valtellina nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Ma se per quella porzione del territorio lombardo “Rupi del vino” diventa un eccezionale passaporto verso il riconoscimento di una cultura secolare, per gli esseri urbani (oggi nel mondo la maggior parte della popolazione è concetrata nelle città ed è la prima volta nella storia dell’umanità) rappresenta una chiave di accesso al rupi_vinovino e all’enologia ben lontano dai wine bar e da quelle moda del vino che ci fa tutti più o meno esperti, tutti più o meno ignoranti. Dice Olmi:

Chi fra noi, cittadini comuni, ha ancora un rapporto diretto e partecipe col mondo del vino? Credo, oramai, solamente quei pochi che il vino lo coltivano, ne curano i frutti e lo producono.

Per il cittadino comune, ossia il cittadino metropolitano, l’approccio al vino è con gli scaffali espositivi: la bottiglia da rigirare tra le mani, anche se dall’etichetta non si capisce molto. Qualcuno, con ingenua curiosità, espone il vetro in controluce per vedere trasparenza e colore del contenuto. Chissà. In passato, invece, non era così. Il momento del vino, nella mia infanzia contadina, era vissuto con partecipazione diretta al rito che ogni anno puntualmente si ripeteva e perpetuava a cominciare, appena fuori dall’inverno, dalla preparazione della vigna con la cura dei tralci e della zolla. E poi in primavera, quando le mani del vignaiolo frugavano con dolcezza nel fitto del fogliame dove spuntavano i primi grappoli ancora minuti come neonati. Prossimi all’autunno, ogni giorno si scrutava il cielo e si invocava l’aiuto divino perché la burrasca e la temutissima grandine non rovinasse il raccolto. E finalmente la vendemmia. Mani addestrate e agili coglievano grappoli ricchi di umori della terra e vigore del sole, dai chicchi turgidi di succo e di luce. E mentre si colmavano cesti in contentezza, dai filari delle vigne salivano canti di festa quasi si compisse il rito di ringraziamento per un premio meritato. La pigiatura era festa per tutti: augurio di abbondanza e rassicurazione di sopravvivenza. Il vino è l’immancabile offerta all’ospite, un invito alla compagnia, alla pacifica convivenza.

Il vino è alimento e insieme sostanza di sacralità”.

Nota finale: il vino approda al Festival di Roma anche con un altro film, “Corked”, (sapore di tappo), commedia di Paul Hawley e Ross Celndenen girato tra i vigneti di quella California dove l’enologia è diventata una vera e propria mania.   (AD)

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