Lucilla Giagnoni: dal Big Bang alla scena con le parole chiare della poesia

Chiamatelo sdoppiamento, se volete. Ma non è questo il caso, in realtà è la mente umana – o solo il limite dell’umile cronista – a richiedere, per dare ordine ad un misterioso funzionamento cellulare, l’uso e l’abuso dei compartimenti stagni. Capita così che si entri nella casa di una signora del palcoscenico credendo di trovarvi incensi, drappi e atmosfere soffuse, ed ecco che ti si para davanti una comoda, bella, luminosa seppur creativa casa borghese dove l’aria profuma di brodo. Nessuno sdoppiamento, funziona così: la sera a incantare il pubblico con le parole, il giorno a tentare di recuperare – anche – il tempo tolto al menage familiare.

Appurato cosa la famiglia mangerà per cena, passiamo all’autrice di cotanto brodo (carni miste, verdure e aromi dell’orto, c’è tutto, anche la maggiorana, pare) Lucilla Giagnoni, attrice da sempre o quasi, madre di un’adolescente e moglie di un musicista: Paolo Pizzimenti.  Suoi sono i temi sonori che spesso supportano gli spettacoli di Lucilla.

L’incontro avviene il giorno immediatmente successivo ad un debutto importante per la Giagnoni, quello dello spettacolo “Big Bang”, scritto da lei stessa con la collaborazione di Maria Rosa Pantè e portato – con successo – alla Cavallerizza Reale nell’ambito del festival “Torino Spiritualità”. Un monologo sui “massimi sistemi”, dove il racconto si fa spazio tra poesia, letteratura, scienza e religione, e laddove un brodo ritorna: ed è quel mare caldo dei primordi che diede luogo alla vita.

DT – Allora partiamo da quest’ultima prova, o meglio, partiamo dagli inzi, dal “Big Bang”, con la promessa al lettore di non farla troppo lunga. Una curiosità, che tipo di pubblico viene a vedere spettacoli che una volta si chiamavano “impegnati”?

LG – Non lo so. Ma il mio pubblico è variegato, composto anche da tante persone che a teatro non ci vanno mai, o da quelli abituati a vedere solo i musical. Francamente l’evento di nicchia non mi interessa. Faccio comunicazione teatrale, quella che è stata etichettata come “teatro di narrazione”, per vent’anni ho lavorato con Marco Paolini e abbiamo sempre agito sulla semplicità, cercando il modo di raccontare storie importanti e provando al tempo stesso a non cedere alla cultura della semplificazione.

DT – Semplicità come mission, insomma…

LG -  Sono figlia di gente semplice, i miei genitori erano intelligenti ma semplici e a teatro non ci andavano. Quando ho deciso cosa avrei fatto nella vita mi sono proposta di realizzare spettacoli ai quali avrebbero potuto assistere anche loro.

DT – Bella sfida raccontare l’Universo in termini comprensibili, ci spiega il suo tentativo?

LG – Nella storia si sono succedute diverse rappresentazioni dell’Universo ed ogni volta che cambiava la prospettiva del Mondo – prima la terra al centro del tutto, poi solo come puntino marginale – l’uomo ha cambiato prospettiva di sé. Il mio racconto attraversa il sacro, la scienza ed il teatro rintracciandovi punti di connessione di grande fascino. Dal Libro della Genesi alle grandi scoperte del ‘900, (come le leggi di Einstein e le teorie quantistiche) arrivando a Shakespeare. Lo sa, Shakespeare è l’autore più citato dagli scienziati. E io dico che è perché vi ritrovano già rappresentate le immagini delle proprie conoscenze.

DT – Come dire, dove la scienza non arriva corre in soccorso la poesia

LG – Shakespeare è stato capace di sintetizzare intuizioni altissime e la scienza, oggi,  ha davvero bisogno di contaminarsi con la poesia, perché se fino al secolo scorso si sosteneva con le prove, oggi non ha più la conoscenza tecnica per sondare le teorie elaborate. Quindi la scienza attuale lancia indagini ma non può vedere oltre.

DT – E l’uomo che posto occupa in tutto questo?

LG – Lo spettacolo è nato dall’esigenza di comprendere perché oggi l’umanità, pur avendo tutto ciò che desidera sia devastata dalla paura. Alla fine della storia credo che occorra recuperare la fiducia e che questa ci possa arrivare dalla scianza che mai come in questo momento apre il campo a prospettive diverse e incredibili, ci presenta infinite dimensioni…

DT – Tutto ciò capita in teatro, un luogo dove la magia è di casa. Poi lo show finisce, la gente torna a casa e magari picchia il muso contro gli effetti della crisi economica. Così a qualcuno può venire in mente che di questi tempi investire in cultura non serva a nulla

LG – E io penso a Federico II. Si racconta che l’imperatre avesse chiuso alcuni neonati in una torre affidandoli ad una nutrice che non avrebbe dovuto far mancare loro nulla, né cibo né igiene, ma con una unica regola, quella di non rivolgere loro la parola. Pare che dopo un anno i bambini fossero tutti morti. Se non c’è cura si muore e cura non vuol dire solo mangiare e bere, ma fornire gli strumenti per decodificare il mondo. L’uomo è un essere simbolico, il bambino che non ha la capacità di leggere ciò che ha dentro tirerà pugni, non potrà eleborare la materia oscura di cui siamo anche fatti. Il percorso culturale comincia con la prima parola che la madre rivolge al suo figlio, com’è possibile allora fare a meno della cultura?

DT – Lei arriva dalla Bottega di Gassman, quali ricordi le sono rimasti del maestro?

LG -  Gassman per me è stato soprattutto un maestro di umanità: penso alla sua vita sofferta, alle sue tappe bruciate dal vivere ed al grande lavoro di recupero che ha fatto in vecchiaia. La Bottega era un luogo speciale dove i maestri di teatro erano i migliori, come il grade Paolo Giuranna o Jeanne Moreau della quale divenni anche amica. Di Gassman ricordo tanti episodi, ma anche insegnamenti pratici, come quando ad esempio diceva che per essere un bravo attore servivano tre cose solo: salute, salute e salute…

DT – Vale a dire?

LG – Che il teatro richiede anche o soprattutto uno sforzo fisico notevole; se non mi tenessi in forma, se non adassi a nuotare o a fare le mie corse mattutine non credo che reggerei certi ritmi…

DT – Se poi ci aggiungiamo le cure familiari…

LG – Io tengo molto alla mia normalità, ma mi rendo conto che la mia vita non è proprio facile. Nei prossimi tre mesi sarò impegnata in tournée col Teatro stabile di Torino, porteremo in giro Zio Vanja, di Cechov (lo spettacolo di Gabriele Vacis che l’anno scorso inauguro i restauri del Carignano ndr) e questo significa, ad esempio, che quando mia figlia dovrà scegliere la scuola che frequnterà l’anno prossimo io non potrò accompagnarla. E non sentirsi all’altezza della situazione procura qualche dispiacere

DT – Sintetizzando, Lucilla Giagnoni è una donna normale che fa un mestiere eccezionale – nel senso letterale del termine – e che prova a farlo fissando come punto di arrivo la semplicità. Giusto?

LG – Ben detto, la semplicità è un punto d’arrivo come le canzoni di Jovanotti, semplici e profondissime oppure come la formula di Einstein E=MC2, esite qualcosa di più semplice e di più elegante?

(Antonella Durazzo)

© Riproduzione riservata

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