Graphic novel, un altro modo di raccontare
Spesso i drammi della storia passano attraverso speciali lenti d’ingrandimento che esigono chiavi di lettura non troppo convenzionali. Così, ci si imbatte in letture proposte attraverso la formula del graphic novel che parlano di momenti storici che il mondo ricorda spesso con vergogna. Da qui deriva il successo di Art Spiegelman, il quale ha riversato nelle sue strips la storia che fu di suo padre Vladek. Con “Maus”, Spiegelman ha raccontato l’olocausto, vissuto da suo padre, ebreo polacco, ma lo fa in un modo talmente nuovo da fruttargli diversi riconoscimenti, tra cui uno speciale premio Pulitzer. La storia di Maus è quella di un topo che subisce la Shoa, per opera di gatti che rappresentano i nazisti. È un racconto autobiografico, che nella seconda parte mette in primo piano la vita di Vladek, il quale ormai anziano, riesce a creare qualche problema al figlio Art. Il confronto con il passato è costante, e accade spesso che la vita del figlio sia vittima di conflitti, scaturiti proprio da questo raffronto. Non è l’unico esempio di storia ebraica che passa attraverso il graphic novel. Joann Sfar racconta la storia degli ebrei d’Algeria di inizio Novecento, con l’umorismo tipico di questa tradizione. “Il gatto del rabbino” parla appunto di questo animale che, una volta mangiato un pappagallo, acquista il dono della parola. Il felino è molto irriverente,e non usa mezzi termini, sviluppando un senso critico ben al di sopra della media. A coronare questo suo lato del carattere, si aggiunge il fatto che Mojroum, il gatto, pretende di fare il Bar-Mitzvah, il battesimo ebreo che sancisce l’età adulta. Entrambi i graphic novel sono accomunati dalla presenza di un animale in qualità di protagonista, caratteristica che si ritrova spesso in questo particolare genere. (m.p.)
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