Ezio Alovisi: io, Piero Ciampi e gli altri

Una storia travagliata ha accompaganto la produzione e l’uscita di Adius il film di Ezio Alovisi dedicato a Piero Ciampi. Una storia coerente alla fama [...]

Una storia travagliata ha accompaganto la produzione e l’uscita di Adius il film di Ezio Alovisi dedicato a Piero Ciampi. Una storia coerente alla fama maudit che il cantutore livornese s’è portato addosso sino alla fine e che non ha mai smentito, a dire il vero. E non poteva, perché lui e la sua poesia erano la stessa cosa. Diceva Fernanda Pivano: “Ciampi ha fatto poesia della realtà” e Alovisi lo ribadisce in questo piccolo-grande documentario che conquista consensi ovunque vada, ma che sembra destinato ad essere “vissuto” da un pubblico ristretto. Come ristretto, ma appassionato, era il pubblico di Piero Ciampi. Presentato l’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia come evento speciale della Settimana degli autori, “Adius – Piero Ciampi ed altre storie”, dopo aver ottenuto un faticoso riconoscimento di film d’interesse culturale nazionale, approdava al festival con un retroterra di sette anni di “battaglie ministeriali” che ne avevano accompagnato la realizzazione. Superata tra gli applausi la prova Venezia, Alovisi ha poi portato il suo film nelle università, nei cineclub ed ovviamente a Livorno. Per molti (non per i livornesi), Piero Ciampi è stata una scoperta, per quei giovani soprattutto che – quando gli è andata bene – degli anni ’70 hanno solo sentito i ricordi nostalgici dei genitori. Già perché in Adius – titolo ripreso dal ultimo disco del livornese – non c’è solo Piero Ciampi, ma c’è un intero periodo storico e un’epoca, quella dei cantautori, che voleva cambiare il mondo, e in parte lo ha fatto. Ecco allora le performance di un De Gregori ventitreenne alle prese con Buonanotte Fiorellino, Venditti barbuto e con eskimo in una versione per pochi intimi della Sora Rosa, Luigi Tenco in Vedrai Vedrai e molte altre “chicche” inedite pescate dall’archivio personale di Alovisi.

Sabato, 3 ottobre “Adius – Piero Ciampi e altre storie” vivrà la sua anteprima romana al Parco della Musica. La proiezione sarà preceduta da una performance vocale della cantattrice Rossella Seno che, insieme ad Alessandro Gwis alle tastiere e Riccardo Manzi alle chitarre interpreterà alcuni dei brani di Ciampi. Il filo della narrazione sarà tenuto assieme dallo stesso Alovisi, che durante gli anni ’70 era il direttore degli eventi per la RCA e, dunque amico di tutti i cantautori e dello stesso “livornese maledetto”.  Ricordi da non perdere i suoi.

Incontriamo il regista mentre è al lavoro proprio per realizzare la presentazione del film, o come dice lui, l’avant-film “perché – precisa – non mi piacciono i registi che spiegano, magari prima e dopo il film quello che hanno fatto. Noi facciamo qualcosa di diverso”.

DT – Adius è figlio di una gestazione lunghissima, tant’è che pur essendo uscito da oltre un anno a Roma lo si potrà vedere solo tra qualche giorno. L’amareggia aver dovuto attendere tanto?

EA – Non è una novità, capita a tutti i film al di fuori della normalità di produzione. Colpa del tema, forse, del personaggio o del regista se tra riconoscimenti decaduti e poi ripresi, tra ricorsi ed altro sono passati sette anni. Ma il film è andato in porto, quindi è una battaglia vinta. Certo, se per riuscire a dire qualcosa occorrono sette anni, vuol dire che in questo Paese non si parte alla pari. Ad ogni modo i riscontri sono positivi, ed è quello che conta.

DT – Almeno lei, attraverso questa distribuzione “porta a porta” ha un’esperienza diretta delle reazioni che Adius suscita sul pubblico

EA – A prescinadere dai festival e poi da Livorno, dove si giocava in casa, le reazioni sono state eccezionali, penso ad esempio alle università, ai volti dei ragazzi che vedevano il film conoscendo Piero solo per sentito dire. Hanno potuto scoprire un personaggio, un poeta, presentato con una formula originale

DT – Nel senso?

EA – Ho voluto evitare di fare il santino, la commemorazione che certo a Piero non sarebbe piaciuta

DT – Ha unito in una sorta di falsa-fiction la sua esperienza personale, un grande materiale d’archivio e poi tante testimonianze. Durante il lavoro di regia ha scoperto un Piero Ciampi diverso da quello che conosceva?

EA – Per alcuni versi sì, ad esempio Gino Paoli mi ha aperto degli spiragli insospettabili su Piero e man mano che il film si componeva emergevano nuovi dettagli, si completava il ritratto della persona che avevo a lungo frequentato. Tutto sommato è stato anche un bene che siano serviti sette anni per mettere assieme questo film

DT – Qual è il suo ricordo più vivo di Piero Ciampi?

EA – Il desiderio di non vederlo. Era un immenso rompiscatole, per dirla tutta, era una purga. Poi  però gli bastava una parola e ti apriva un mondo…

DT -  Insomma,  un caratteraccio a dir poco

EA – Ogni volta incontrarlo era come salire sul ring, dove non sai se le prendi o se le dai. E poi eri sempre sotto esame. Lui, che era anche piuttosto alto, era uno che ti scrutava, che ti metteva sotto osservazione cercando di catturare anche il minimo sguardo, era stressante…ed il giorno dopo lo incontravi nuovamente e l’esame ricominciava

DT – Si è dato una spiegazione a questi atteggiamenti?

EA – Piero si sentiva sempre il più forte. Di cosa non si sa, in realtà la sua era debolezza, Piero era affettuosamente grande, assolutamente solo…

DT – Allora è vero che la sua poesia e la sua vita coincidevano

EA – Ricordo quando si esibiva nei locali e litigava con la gente perché vedeva qualcuno disattento. Vi canto la mia vita – diceva – non potete distrarvi. Insomma, in sala recitava se stesso e questo era anche il suo problema più grosso. Lui non era un interprete e per questo motivo non è arrivato.

DT – Insomma, era incapace di vestire abiti non suoi, raccontare l’opera di Ciampi significa ancor di più prendersi delle responsabilità considerevoli

EA – E’ per questo che scelgo il mio pubblico. Non potrei affidare questo film a un distributore – che non c’è – per mandarlo in giro in 101 copie. E così spesso lo accompagniamo, c’è sempre un avant film, qualche racconto, le canzoni o i titoli di coda cantati

DT – Grazie al suo ruolo in RCA lei ha seguito da vicino una stagione musicale, quella degli anni ’70 e dei cantautori che sembra irripetibile

EA – Irripetibile lo è davvero, perché tutto era collegato a quel mondo che si voleva cambiare. I cantautori sono nati sull’onda delle fabbriche occupate e di quegli eventi – che si sono poi rivelati un boomerang ma questo è un altro discorso – che i ventenni Venditti o De Gregori coglievano con la loro sensibilità

DT – Probabilmente i cantautori non erano tanto ingenui da credere di poter cambiare il mondo scrivendo canzoni, eppure qualcosa nel mondo lo hanno cambiato

EA – Sicuro, nel senso che hanno inciso profondamente nel costume. Ad esempio hanno cambiato la maniera di volersi bene dei giovani, finalmente si parlava d’amore in un altro modo e, soprattutto, rispettando le donne. Non a caso in quel periodo sono state portate avanti battaglie civili come il divorzio.

DT – Poi c’erano i cantautori ancora più connotati politicamente, come Guccini

EA – Le canzoni di Guccini in certe situazioni erano un accompagnamento obbligato. E che martellava, le sue canzoni hanno influito, eccome

DT – Il mondo cantautorale è stato capace di modificarsi? Oppure è rimasto sepolto definitivamente accanto a quell’epoca.  Il Tenco 2009, ad esempio, è stato vinto da un anziano, Max Manfredi

EA – Manfredi infatti arriva dagli anni ’70, poi la sua carriera ha avuto dei buchi, ma la provenienza è quella.

DT – E i giovani?

EA – Non sanno cambiare, se oggi un giovane ottiene un successo commerciale prosegue nello stesso solco, insiste, ed è la fine

E addio creatività

(Antonella Durazzo)

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