La Chiesa e gli artisti: una lunga storia d’amore e ribellione. A novembre la nuova puntata

Sarà la prima di una serie di iniziative volte a colmare la lacuna sviluppatasi nel secolo scorso fra spiritualità ed espressione artistica”, così monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura ha commentato la decisione di papa Benedetto XVI di invitare circa cinquecento personalità del mondo dell’arte, del teatro, della letteratura e della musica all’incontro che il 21 novembre si terrà sotto le volte affrescate della Cappella Sistina. Luogo che non sembra essere stato scelto a caso e che da solo basterebbe a raccontare del legame strettissimo quanto contrastato che nei secoli ha accompagnato il cammino della Chiesa cattolica e dell’arte. Tuttavia se la storia ci racconta delle fortissime tensioni che nacquero tra il papa Giulio II e Michelangelo Buonarroti, nonché dell’indignazione di alcuni alti prelati davanti benedettoXVIall’esposizione di tante nudità, è altrettanto vero che la fede (tormentata ma salda) di Michelangelo non fu mai messa in discussione. La grande arte, d’altronde, per lunghi secoli ha avuto un solo scopo: quello di raccontare Dio. O, in alternativa, di glorificare il potente, il ricco, il sovrano di turno. Non se ne usciva, l’arte pagana o pia che fosse, comunque era al servizio di un committente eccelso. E’ nei secoli più vicini a noi che, acquistata una relativa indipendenza (qui si aprirebbe un altro discorso, altrettanto complesso e lo evitiamo), avviene quel progressivo estranemento dell’arte alla religiosità. Sia chiaro, per Dio s’è continuato a produrre, come testimonia anche la notevole collezione d’arte moderna e contemporanea voluta da Paolo VI per i Musei Vaticani, ma la Chiesa è diventata un committente come un altro. Il discorso però non può limitarsi a questo, se lo stesso monignor Ravasi ammette che  ”si deve riconoscere che da tempo l’alleanza tra fede e arte si è infranta”, è evidente che non se ne può fare solo un problema di committenze. Il punto focale che accomuna arte e religiosità ma che inevitabilmente alimenta sospetti reciproci è l’ambito di competenze, che è lo stesso, ovvero l’animo umano. Anzi, l’arte è il mezzo privilegiato per parlare efficacemente di Dio e a Dio “Chi canta prega due volte”, recita la famosa frase di Sant’Agostino. Insomma, per raccontare l’invisibile e soprattutto per farlo arrivare direttamente alle corde più sensibili dell’anima (o della mente) il mezzo più veloce ed il più efficace è l’espressione artistica. Espressione che peraltro può essere anche modulata sulla base dell’esperienza culturale del destinatario del messaggio. L’arte sacra, infatti, è arte essenzialmente popolare che pur offrendosi a diversi gradi di lettura contine sempre un messaggio di grande immediatezza: il martirio del Cristo, il ritratto del Santo, la scena biblica e così bono_voxvia. Poi sono arrivati l’Illuminismo e le rivoluzioni, ergo, da due secoli a questa parte la società occidentale s’è laicizzata. Se dunque la religione continua ad aver bisogno in qualche modo dell’arte, non è vero il contrario perché, sembrerebbe ovvio, ma anche le manifestazioni artistiche (così come la scienza e lo stato) si sono emancipate dalla supervisione della chiesa. Di supervisori alla libera espressione artistica se ne sono sostituiti altri (il mercato, ad esempio), ma la spiritualità non è stata più un ostacolo, l’arte s’è potuta riappropriare della sua carica di ribellione.

Sarà giunto il momento di riallacciare nuove alleanze? D’altronde per arte e religiosità il settore di competeza – lo ribadiamo -  continua a restare quello di prima: l’uomo. In un mondo dove l’uomo non sembra più essere la priorità. Resta al momento la curiosità di sapere cosa papa Ratzinger dirà alla comunità creativa che ha chiamato sotto il suo tetto, in un incontro che giunge a 45 anni dal primo evento del genere voluto da Paolo VI e a dieci dalla lettera che Giovanni Paolo II inviò agli artisti. Nel grande parterre alcune presenze sono state già confermate: Ennio Morricone, i registi Bob Wilson e Giuseppe Tornatore, l’architetto Daniel Libeskind, e Bono Vox. Una trentina, al momento, gli invitati che hanno declinato per ragioni varie, ma anche perché in disaccordo con alcune posizioni del Vaticano. A sovrintendere, dall’alto della loro umana perfezione, gli affreschi di colui che soteneva che l’artista viene subito dopo Dio, perché come Dio è il solo a cui è data facoltà di creare. (AD)

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