In principio furono bastoni, pelli tirate, gingilli capaci di emettere un suono qualsiasi e corni di animale, insieme ad un conviviale battito di mani a tempo. Questo è quello che gli uomini primitivi potevano chiamare musica, anche se ancora non lo sapevano probabilmente. Poi gli “strumenti” hanno preso forma, sono arrivate le corde ed i fiati, i violini e le trombe, i pianoforti ed i cantanti solisti. Da lì, una volta acquisito un certo stile ed una certa forma, la musica si è per così dire allargata man mano, passando dal piccolo gruppetto di giullari itineranti a vere e proprie orchestre. Giunti all’apice della professionalità, immaginiamo nel secolo scorso, si è assisitio ad un ritorno indietro, con la nascita di decine di stili musicali diversi, dal blues al jazz, dal rock al pop e le formazioni sono andate riducendosi, rendendo onore a dei personaggi diversi dal direttore d’orchestra. Si è fatto un nome Django Reinardt, il mitico chitarrista che era in grado di suonare degli assoli con solo due dita, le altre le aveva ferite gravemente nell’incendio della sua roulotte, oppure Robert Johnson, “RJ”, il blues man detto “l’angelo ribelle” che arrivò ad incidere canzoni come “Sweet Home Chicago”, emergendo dal nulla grazie a, si disse, un patto col diavolo ad un crocicchio del Mississippi, che lo portò qualche anno dopo ad una tragica scomparsa improvvisa ed inspiegabile, che ha soltanto fomentato la sua leggenda. Però qui eravamo già negli anni 30 e la musica, dopo aver incontrato la radio, era riuscita a raggiungere un risultato storico: con l’invenzione dei dischi, prima in gommalacca e poi di vinile, poteva essere imprigionata ed ascoltata e riascoltata a piacere. I tempi erano maturi per ricordare, fare cronache e iscrivere nella storia dei nomi: dal 78 giri enorme, fato in vinile, grazia al compositore Leopold Stokowski si giunse alla riduzione a 33 e poi a 45 giri, contenente soltanto due brani. Prima dell’arrivo della musicassetta o del CD, la televisione aveva preso piede e proprio 30 anni fa, nel 1979, vede i natali un brano che tutti conoscono, con un titolo non casuale:; “Video killed the radio star”, dei Buggles, che associa la musica a immagini di qualità cinematografica. Nasce il videoclip concepito alla contemporanea maniera . È un momento epocale. Da quel dì, tutti, con l’arrivo di più o meno consolidate tecnologie, a realizzare il loro “video”. Qualche anno prima dei Buggles anche i Queen avevano provato un’esperienza tale, con la storica “Bohemian Rapsody”, contenuta nell’album del 1975 “A night at the opera”. (Davide Rabaioli)
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