Lotto, Superenalotto e i numeri da impazzire. Che fine ha fatto la vecchia schedina?

Italia paese di poeti e navigatori, da secoli incredibili inventori di cultura da una parte e di cucina dall’altra. Una parte di sicuro fondante, che va un po’ in controtendenza con la lucidità di Dante e Boccaccio, o di Virgilio e Rubbia è la nostra straordinaria passione per il lotto e la smorfia. Alzi la mano chi non ha mai giocato due numeri dopo aver sognato l’amico che li rivelava. Come spesso accade, dagli anni passati, che fecero nascere il detto “fare un terno al lotto”, che era già una bella vincita, ma non il massimo, oggi, forse vittime dell’esagerazione e della frenesia moderna, si insegue il sei al Superenalotto, che di milioni di euro ne potrebbe regalare molti di più (stasera in palio la cifra record di 127,5 mioni di euro), ma che è come un anguilla, quasi impossibile da prendere. D’altra parte, non si può sempre fare come Massimo Troisi e Lello Arena in un famoso skatch, che si giocavano le attenzioni di San Gennaro chiedendo la grazia di un ambo, “’na semmana sì e una no”, poi ripresi da Enzo Decaro, nella parte del prete, che dopo aver vietato di parlare di numeri e lotto in chiesa, ha ricordato al Santo il suo, di ambo. In questo turbinare di numeri, all’italiano medio, magari intorno ai 30anni, viene un ricordo: ma la schedina, che fine ha fatto? Quella giocata costruita anche su particolari conoscenze del gioco del calcio che non si affidava semplicemente alla fortuna, che costruiva un potenziale impero su serie di “1 X 2” che a meno di eventi “Clamorosi al Cibali”, aveva più o meno i risultati sperati. Il difficile era prenderli tutti e tredici. Nacque da un’idea dei padri della SISAL, i triestini Pergola, Molo e Jegher, che prima con 12, poi 13 ed alla fine 14 partite, l’anno portata avanti per almeno 60 anni prima di vedere il Totocalcio lasciare il passo ai 90 numeri del lotto. (Davide Rabaioli)

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