Locarno: la classe arbitrale in paradiso, passando dai Pokemon e dalla democrazia del cellullare di Pippo Del Bono. Qualche news dal festival del film ticinese

Il Festival di Locarno ha superato la metà del guado, la rassegna, che è cominciata il 5 e si protrarrà sino al 15 agosto, si avvia a vivere i momenti clou. Giornata intensa quella di oggi in piazza Grande, dopo l’esibizione, ieri sera della cantante giapponese Shoko Nakagawa che accompagnata sul palco dal pupazzo Pikachu, ha presentato una sorta di preludio alla proiezione di stasera in prima internazionale del 12mo film della saga dei Pokémon, la giornata odierna annuncia altre note d’insolito. Come insolita per un festival cinematografico è la presenza di un consistente numero di arbitri di calcio internazionali. Finalmente una ribalta tutta per loro e parliamo di Howard Webb (Inghilterra), Enrique Gonzalez Mejuto (Spagna), Roberto Rosetti (Italia), Peter Fröjdfeldt (Svezia), Massimo Busacca (Svizzera),  Olegario Benquerença (Portogallo) e la star della classe arbitrale: Pierluigi Collina. L’occasione è la proiezione in prima mondiale del film – in concorso – Les Arbitres di Yves Hinant e Jean Libon.

Les Arbitres racconta la vita di alcuni arbitri professionisti durante il campionato europeo di calcio 2008 e le controversie da loro provocate: un vero e proprio sguardo dall’interno di questa professione nel tentativo di dire che anche sotto una “giacchetta nera” batte un cuore . Filmato nel cuore dell’azione, le scene proposte permettono – grazie a microfoni nascosti – di ascoltare i commenti degli arbitri durante le partite, dando così allo spettatore la possibilità di godere di un viaggio all’interno del mondo degli arbitri professionisti. «…volevo guardare laddove gli sguardi non si erano ancora posati, vivere il più vicino possibile ai loro dubbi, alle loro certezze e ai loro interrogativi in quanto uomini, e non solamente come arbitri», ha dichiarato Yves Hinant. Oggi sarà anche la giornata che commemora i 60 anni della Convenzione di Ginevra con una sessione speciale intitolata «Humanité en guerre” Per l’occasione, sarà proiettato in prima mondiale il documentario Custodi di guerra di Zijad Ibrahimovic, seguirà una tavola rotonda. Non racconta una guerra ma la Paura generata da un’Italia sempre più chiusa in se stessa il film di Pippo Del Bono presentato ieri fuori concorso e riproposto oggi. Titolo, “la Paura”.get.do Il film del quale molto già si parla per essere il primo lungometraggio girato interamente col cellulare. Ecco cosa ne dice lo stesso Del Bono, che peraltro ha adoperato parole durissime per parlare dell’Italia di oggi: “Volevo girare un film ma senza lottare con i costi inaccessibili e quindi sono approdato all’idea de La paura adoperando il telefono cellulare. Il processo di attuazione viene così completamente trasformato, in quanto si diventa autore, attore, regista, direttore della fotografia … Il telefono cellulare ti consente, inoltre di registrare rapporti molto più immediati”. E non escludendo tutti i limiti dello strumento, come quello di essere rintracciabile anche in alta montagna, o quello che ci si possa ritrovare in un mondo di tutti registi, Del Bono nel giornale del Festival sottolinea la necessità di ritualizzare le riprese, di sacralizzarle in qualche modo: “Ho aperto gli occhi del mio telefono cellulare  solo quando ne ho sentito la necessità. Ho sviluppato questo rapporto sacro anche per il teatro o la musica. Ho letteralmente ballato con l’oggetto, come regista, scrittore, attore e ballerina. Dopo aver imparato a camminare lentamente e con attenzione, come un samurai. Questo crea una particolare coscienza. Ad esempio, quando vedo in La Paura il funerale di un giovane africano assassinato da un commerciante per aver rubato un pacchetto di biscotti, Sono sopraffatto dalla rabbia. Perché non vi era alcuna corona funebre, nessun rappresentante del Governo o dei partiti politici. Ma, d’altra parte, mi serve una immagine che guarda a questi eventi. E può essere visto chiaramente: nel corso delle riprese ho gridato ed ho catturato contemporaneamente  tutto ciò che accadeva all’interno della mia portata. Essere reattivi, mentre rimango pienamente lucido. In film come nella vita, io cerco di raggiungere questa consapevolezza”. Un viaggio nei campi rom e nelle periferie urbane, tra gli extracomunitari, tra le vite al margine: “Questo momento è pieno di dolore e di cose incomprensibili. Io vivo in un paese malato in particolare, dove si diffonde il razzismo, la banalizzazione, l’idiozia. Credo che che la malattia si estenda in tutta Europa, che è diventata una fortificazione cercando di escludere gli altri”. E ancora sul cellulare : “In generale, sono lieto che grazie al telefono cellulare è stato possibile testimoniare ciò che accade in Iran o la Birmania. Sarebbe egualmente straordinario poter vedere come sono trattati gli immigrati illegali, i prigionieri, i viaggiatori. E sì che sarebbe un atto di democrazia”.

(a cura di Antonella Durazzo)

pgrande

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