“Ci siamo conosciuti, vero?”. E’ stato molto tempo fa, al tempo dell’”Albero degli zoccoli”, era il 1978, o probabilmente il ’79. Stupisce e lusinga questo inaspettato ricordo – forse reale, forse no – tirato fuori nel bel mezzo di un momento pubblico, sotto l’assedio di microfoni, flash, cineprese. Un caos che si giustifica da solo perché l’arrivo di Ermanno Olmi basta a fare notizia, a risvegliare domande e curiosità, a destare nel pubblico, anche quello dei giornalisti, la voglia di strappare una parola saggia, un’immagine poetica, il frame di un film che forse non nascerà mai. Come quello che Olmi avrebbe dovuto realizzare assieme a Mario Rigoni Stern prendendo trama e storia dal libro più emblematico dello scrittore di Asiago: “Il sergente nella neve”. Un film abortito per troppi veti, come quello dell’Urss (e del PCI) che di fatto ne impedirono la realizzazione nei luoghi dove le storia originale si dipana. Il film non si fece, in compenso tra Olmi e Rigoni Stern nacque un’amicizia profonda, cementata dalla montagna e dalla scrittura di una sceneggiatura che proprio l’anno scorso è stata rispolverata dalle edizioni Einaudi per la pubblicazione: “Il sergente nella neve – la sceneggiatura”.
Di questo incontro di menti e sensibilità avvenuto sull’altopiano di Asiago e della scrittura di un film che probabilmente sarebbe stato un capolavoro se solo si fosse realizzato, Ermanno Olmi ha parlato a Verbania nel giugno passato, durante il Festival Lago Maggiore LetterAltura.
E’ in quell’occasione che intercetto il maestro. “Ci siamo conosciuti, vero?”, è lui che esordisce. E ne nasce un’intervista atipica, poche domande in realtà e per giunta movimentate da molte interruzioni, dai flash e dai microfoni. Un’intervista “da corridoio”, ma preziosa nelle risposte. Per questo valeva la pena d’essere riportata in tutta la sua imperfezione.
DT – E’ qui per parlare della natura; di un’amicizia, quindi di relazioni umane e di un racconto letterario. E’ qui per parlare del suo cinema, in definitiva…
EO – In parte è vero, d’altronde volevo fare cinema per stabilire legami universali. Volevo fare un cinema che desse risultati morali, che mi facesse sentire vicino agli altri.
DT – Vicino agli altri in senso ampio, ma lei è qui per parlare di un’altra vicinanza, di quei due mesi di 50 anni fa passati sull’altopiano assieme a Rigoni Stern. Era inverno, c’era la neve, nel libro lei dice che se fosse nato il film probabilmente sarebbe morta un’amicizia…
EO – Confermo tutto, ed è per questo che il film non fatto è diventato più importante di quello che avremmo realizzato. L’amicizia di Mario mi è stata preziosa, era una galantuomo, un uomo onesto che scriveva solo di ciò che conosceva. Eppure io sono certo che un grande scrittore nel suo più grande capolavoro scrive solo una parte della sua vita, ma riesce a farla diventare parte della nostra
DT – Poi sull’Altopiano anche lei ha preso casa, di altre montagne ha parlato nella sua vita, come della val Formazza dove giovanissimo girò un documentario
EO - “Nel mio immaginario non c’è una montagna in particolare, perché chi parla di montagna non ha bisogno di localizzare il punto geografico. Si è come gli uomini di mare, navigatori di una sola acqua: sia la montagna sia il mare sono mondi che non hanno bisogno di essere definiti”.
DT - Però sono mondi che caratterizzano fortemente chi li vive
EO – Ogni percorso dà un risultato diverso, avrei conosciuto altre strade se avessi compiuto un percorso metropolitano…
DT – Quindi il suo raccontare certi paesaggi e soprattutto certi personaggi era uno sbocco inevitabile. Allora vivere sull’Altopiano era un avvicinarsi alla neve, per il film mai fatto…
EO – La neve dell’Altopiano non ha la stessa consistenza della tragica neve della Russia, il film non si sarebbe mai potuto girare ad Asiago. No, vivere sull’Altopiano vuol dire piuttosto ascoltare i suoni delle vite misteriose. I versi degli animali, il ronzio delle api, ed il silenzio, che non è quello pneumatico delle finestre coi doppi vetri, ma è un silenzio ricco di sonorità, che ti fa compagnia
DT - Magari con gli sport invernali e i pic nic nella bella stagione non dappertutto è così
EO – La montagna è un luogo profanato, non ha più mistero, né fascino. E la profanazione è continua, magari cammini nel bosco e inciampi in un sacchetto di plastica abbandonato.
Un regalo dei tempi
Tempi che durante la conversazione pubblica, condotta da Irene Bignardi, Olmi riconduce alle radici, a un sentimento del Dopoguerra che ha cambiato tutto. “Allora tutti abbiamo pensato a una rinascita, anche ad una rinascita solidale, oltre che alla ricchezza. E proprio la ricchezza ci ha tradito. Ma anche io ero già figlio del dopoguerra“. (Gianni Mongrandi)
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