E la chiamano disabilità. La parola a Tiziana Nasi, signora delle Paralimpiadi
Ci sono spesso incidenti tragici e dolorosi dietro alla disabilità di un atleta, episodi che fanno parte del passato e di cui non è sempre necessario parlare. Una delle più importanti figure torinesi, che da oltre dodici anni si adopera nella promozione d’attività sportive per disabili, è Tiziana Nasi, Presidente Regionale del CIP (Comitato Italiano Paralimpico) e della fondazione Torino Olimpic Park.
Eletta “Torinese dell’anno” nel 2006, Tiziana Nasi ha cominciato la sua attività promozionale in campo sportivo nel 1982, quando arriva alla guida della Sestrières spa, carica che ha ricoperto fino al 2006. È negli anni Novanta, quando aveva già trovato in parte la sua strada, che comincia per caso a dedicarsi all’organizzazione e alla promozione d’eventi sportivi per disabili. Da allora il suo impegno in questa direzione, l’ha portata ad essere nominata presidente del Comitato per l’Organizzazione dei IX Giochi Paralimpici Invernali di Torino 2006. Prima ancora Tiziana Nasi aveva già partecipato alle Paralimpiadi di Sidney, di Salt Lake City e di Atene, mentre nel 2008 è volata a Pechino a fianco dei dodici atleti piemontesi che hanno partecipato ai XIII Giochi Paralimpici estivi. Ora non vede l’ora di prendere un altro aereo per assistere, stavolta da semplice spettatrice, alle Paralimpiadi invernali di Vancouver 2010.
DT – Qual è secondo lei il valore e l’importanza dello sport per le persone con disabilità?
TN – Voglio citare le parole di un grandissimo atleta cieco di Vercelli, Claudio Costa, a me molto caro, che ha partecipato alle Paralimpiadi prima nell’atletica leggera e poi, non trovando più guide al suo livello, nel ciclismo, vincendo una medaglia d’oro e una di bronzo. Claudio dice sempre che per lui la perdita della vista è stata un’“opportunità”. Le persone disabili, che trovano la forza ed il coraggio di dedicarsi ad un’attività sportiva, non possono non trarne vantaggi, sia a livello fisico, sia a livello mentale, oltre che sociale, perché se riescono ad arrivare a certi livelli hanno anche la possibilità di viaggiare per l’Italia, per l’Europa e addirittura per il mondo, partecipando alle varie competizioni.
DT – Quali sono le difficoltà in più per un atleta disabile rispetto ad un normodotato?
TN- Innanzitutto è necessario fare una distinzione. Le persone che sono disabili dalla nascita spesso hanno una gran parte del loro fisico compromesso e quindi è ancor più difficile per loro praticare una disciplina sportiva. Invece, quelle normodotate che subiscono un incidente – circa il 90% dei nostri atleti – hanno un fisico integro a parte la paralisi alle gambe o l’arto che ha subito l’amputazione. Poi c’è tutto un periodo più o meno lungo, dipende dai casi, d’accettazione fisica e psicologica della menomazione. Questo vale ancor di più per le donne, che hanno maggior difficoltà ad accettare la parte del corpo compromessa. È piuttosto comune, quindi, che gli atleti disabili, quando cominciano a fare sport, non abbiano voglia di riprendere l’attività sportiva che facevano in precedenza, perché non vogliono rivedersi in una situazione analoga. Poi bisogna trovare la società sportiva adeguata e gli istruttori all’altezza.
DT – Qual è l’età media degli atleti disabili?
TN – Per ora molto alta, sui 36 anni, perché, come dicevo, solitamente le persone disabili che si avvicinano allo sport sono quelle che hanno subito un incidente e a questo segue un periodo di ripresa e accettazione. Inoltre, la maggior parte dei giovanissimi che subiscono questo tipo d’incidenti sono – mi spiace dirlo – quelli del “sabato sera”, più discotecari che sportivi. E poi c’è il fattore conoscenza: anche i più giovani devono poter sapere facilmente che c’è la possibilità di fare sport anche se si è disabili. Le Paralimpiadi di Torino hanno aumentato la visibilità di questi sport, che continuiamo a promuovere attraverso eventi come la Giornata Nazionale dello Sport Paralimpico, ancora quest’anno a Torino. In Piemonte sono più di 4000 i bambini e i ragazzi delle scuole elementari e medie che aderiscono ogni anno a questa manifestazione, dove ragazzi normodotati possono confrontarsi nella corsa con atleti del calibro di Roberto La Barbera o dove piccoli disabili vengono istruiti da grandi campioni paralimpici sullo sport che vorrebbero cominciare a praticare.
DT - Sono ancora pochi i disabili che si avvicinano allo sport, vero?
TN – Sì, e questo succede soprattutto nei paesi ricchi come il nostro in cui le persone disabili, fortunatamente, guidano l’automobile, lavorano, si sposano, hanno una vita normale e lo sport è una delle tante cose che possono fare.
DT – Ci sono anche meno atleti disabili donne rispetto agli uomini. Come mai?
TN – Fino ad ora le donne sono state un po’ più attente e meno spericolate rispetto agli uomini e quindi hanno subito meno incidenti stradali o d’altro tipo. Però, con il cambiare dei tempi, stanno aumentano. Per quanto riguarda il Piemonte siamo stati recentemente rappresentati a Pechino con Patrizia Saccà per il tennistavolo ed Elisabetta Mijno per il tiro con l’arco e Silvia De Maria nel tennis. Poi, uscendo dal nostro territorio, per fare dei grandi nomi, c’è Francesca Porcellato nell’atletica leggera, Silvia Parente, l’atleta non vedente che ci ha regalato l’oro alle Paralimpiadi del 2006 nello slalom gigante, Paola Protopapa, la canottiera italiana, oro paralimpico a Pechino e la cavallerizza Silvia Veratti.
DT – Come riuscite a scovare i giovani talenti disabili?
TN – Ci sta aiutando molto anche l’INAIL. In Piemonte abbiamo un rapporto di strettissima collaborazione con questo istituto: dalla sede di Budrio, in Emilia Romagna, segnalano a tutti i Comitati regionali del CIP gli infortunati che cominciano a dimostrare interesse verso un’attività sportiva. L’INAIL ha firmato una convenzione nazionale con il CIP, perchè ha capito che la pratica sportiva e l’avviamento allo sport è uno strumento imprescindibile per un ottimale recupero psicofisico delle persone vittime d’incidenti stradali o d’infortuni sul lavoro. Il centro di Budrio ha anche una sezione dedicata alla sperimentazione di protesi e presidi ortopedici sempre più avanzati con cui rifornisce i suoi atleti disabili.
DT – È stato riconfermato Luca Pancalli come presidente del CIP e proprio Pancalli all’indomani delle Paralimpiadi di Pechino ha dichiarato che i tesserati italiani, circa 70 mila, sono ancora troppo pochi rispetto al milione di disabili italiani fra i 6 e i 40 anni che potrebbero fare attività sportiva. Lei conferma questa situazione?
TN – Sì, anche se il Nord Italia compensa con i suoi tesserati i pochi atleti presenti nel Sud e nelle zone del centro Italia. Come CIP, ci stiamo impegnando a dare la maggior visibilità possibile alle manifestazioni che organizziamo sul nostro territorio. Il prossimo appuntamento sarà il 7° Trofeo della Mole, che si terrà a Torino presso il Circolo della Stampa Sporting, dal 7 al 12 luglio 2009. Si tratta di una competizione a cui parteciperanno i più forti tennisti in carrozzina del ranking internazionale. Quello di cui sono più contenta è che dopo lo scetticismo degli inizi, anche i veterani frequentatori del Circolo hanno iniziato ad appassionarsi a questo appuntamento.
DT – Dopo le Paralimpiadi di Torino è aumentata l’attenzione dei media verso questo tipo di competizioni sportive?
TN - Sì, ma non è ancora abbastanza.
DT – Sky ha acquisito i diritti per trasmettere le prossime Paralimpiadi di Vancouver 2010. Non è un buon risultato?
TN – Sì e no. Mi dispiace che la Rai non si sia accaparrata questo diritto, perché ora solo gli abbonati potranno godere a distanza di questa importante manifestazione sportiva. La visibilità che i media riservano a questi eventi e ai loro protagonisti è ancora troppo discontinua. Da menzionare, come ottima informazione di questo tipo, è SportAbilia, il programma di Lorenzo Roata in onda alle 15.45 circa, all’interno di Sabato Sport su Rai Due, e anche la rubrica dedicata allo sport disabile di TuttoSport, curata ogni settimana da Silvia Bruno, presidente Provinciale del CIP Piemonte. Devo riconoscere che la tv è un mezzo importante per arrivare alla massa. Lo stesso Roberto La Barbera mi ha raccontato che, dopo l’incidente in moto, non ha fatto sport per molto tempo nonostante fosse un ottimo ballerino e nonostante si fosse già avvicinato all’atletica da ragazzino; poi, per caso, ha visto in televisione una competizione d’atleti disabili e ha cominciato a saltare, a correre e lanciare!
DT – Se ci fosse un oscar per gli atleti paralimpici a chi lo darebbe?
TN – Non saprei rispondere. Voglio bene a tutti i miei atleti. Con La Barbera ho un rapporto così stretto ed amichevole che la madre quando non lo sente chiama me per avere sue notizie. Con Patrizia Saccà, che, dopo Barcellona, è riuscita a tornare anche a Pechino nel tennistavolo, siamo davvero amiche. Silvia De Maria è la mia cocca, l’ho un po’ scoperta io…
DT – Secondo lei esiste una cultura dello sport in Italia?
TN – Mi spiace ammetterlo, ma no, in Italia, come in tanti altri Paesi del mondo c’è solo il calcio. È il calcio che occupa i palinsesti televisivi e le prime pagine dei giornali. Abbiamo ottenuto dei buoni risultati con le Paralimpiadi del 2006, ma l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso questa particolare realtà sportiva è indispensabile. Purtroppo le gradinate degli stadi non sono mai completamente affollate, ma far avvicinare nuove persone allo sport dei disabili è una delle sfide della nostra attività organizzativa e promozionale. (Valeria Tarallo)
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[...] letto con grande piacere l’intervista che DaringToDo ha dedicato a Tiziana Nasi, presidente regionale del CIP (Comitato italiano paralimpico). Nella sua [...]
Bel personaggio, domande un pochino scontate, fortunatamente la Nasi ne ha ugualmente tratto spunti interessanti